E fu subito corsa
Il mondo ha un debole per le rosse. Eleganti, sportive, di gran classe. Motociclette da urlo. Ducati, insomma. Queste meraviglie nascono a Borgo Panigale, paese appiccicato a Bologna che sta alle sue due ruote come Maranello alla Ferrari. Trattasi di affinità elettive, senza dubbio. Sempre con la dominante del colore rosso. Rosso anche vincente. Infatti lungo la via Emilia si è brindato assai per il mondiale nel MotoGp che mancava da troppo tempo, con la dittatura nella categoria regina delle giapponesi. Dai tempi di un certo Giacomo Agostini su Mv Agusta. Adesso su Ducati ha messo tutti d’accordo Casey Stoner, centauro australiano, al primo anno nel team italiano. E pensare che veniva beffardamente chiamato “rolling stoner” per via di una certa confidenza con le cadute. Gli è rimasta la confidenza, ma con il podio, spessissimo quello più alto. Bravo lui. Ma che moto, la sua. Che Ducati. E che gioia per il popolo dei ducatisti.
Un popolo di cui si sente assolutamente parte Gabriele Del Torchio, amministratore delegato di Ducati Motor Holding spa. Ancora lo ricordiamo pugni al cielo, con indosso la maglietta tipica del fan Ducati, il giorno della conquista matematica del titolo. «Attimi belli, emozionanti e di grande significato. Perché dicono bene di un lavoro, di una filosofia, della preziosità del made in Italy. C’entra ovviamente una politica di investimenti laddove al primo posto sta sicuramente il capitale umano. Senza l’uomo collocato al centro è impossibile che un’azienda faccia la differenza». Del Torchio è arrivato a Borgo Panigale a maggio di quest’anno, praticamente ha accompagnato la cavalcata di Stoner al mondiale. Prima di approdare in Emilia ha fatto un po’ di mestieri, l’ultimo in Ferretti, tra i leader mondiali nella progettazione e costruzione di motor yacht di lusso e imbarcazioni sportive. «Naturalmente conoscevo bene Ducati perché mi piacciono molto le moto, tuttavia non appena sono entrato in azienda ho capito che qui c’è qualcosa di speciale. Si respira un’aria diversa, si avverte quello spirito di appartenenza che spiega in buona parte le ragioni di una bella e grande storia di imprenditoria italiana». Le altre, ci dice con franchezza, sono l’intelligenza e la genialità che ti portano a realizzare moto di qualità superiore con quel gusto dentro per il bello, l’esclusivo. «D’altronde non si diventa icona del made in Italy così per caso».
Questa azienda che conserva il sapore delle cose vere vede la luce nel 1926, fondata dai fratelli Ducati, Bruno, Marcello e Adriano. Allora non faceva due ruote. A quel tempo a Bologna la Società Radio Brevetti Ducati produceva industrialmente componenti per la nascente industria delle trasmissioni radio, sulla scia dell’invenzione di un certo Guglielmo Marconi, talento bolognesissimo. La vicenda industriale dei fratelli prende subito una direzione interessante, pure fuori dei confini della città. Terminata la guerra, il grande passo. Con Cucciolo. Quel nome così familiare nasconde il primo esempio di motocicletta secondo Ducati. Semplice, ma efficace: un piccolo motore attaccato a una bicicletta. «Ducati in quel modo dà immediatamente il suo contributo alla decisiva questione della mobilità», spiega Del Torchio. Il salto di qualità vero e proprio giunge nel giro di poco tempo con l’approdo in azienda dell’ingegnere Fabio Taglioni. Prima faceva l’insegnante alle scuole professionali di Imola. Ingegno da vendere, amante dei motori, tocca a lui stupire il pubblico con progetti innovativi e di sicuro pathos. Come l’applicazione del famoso sistema di distribuzione Desmodromica che tuttora caratterizza le creature dell’azienda di Borgo Panigale. Inoltre gli si deve l’ideazione delle famose “Marianne” 100 e 125 Gran sport, regine dei Motogiri d’Italia in scena nella metà degli anni Cinquanta.
La competizione nel sangue
«Ducati ha sempre avuto una marcata vocazione alla competizione e allo sport. Questa è una realtà che ha una filosofia unica, che si ispira al legame strettissimo con le corse. Ciò ha permesso di mettere in atto una sinergia profonda fra il lavoro che viene svolto per le moto da corsa e il prodotto di serie. Ecco perché il brand Ducati è percepito dagli utenti di moto come quello che ha più spiccata connotazione sportiva in assoluto nella galassia delle moto». Del Torchio, senza girarci troppo intorno, spiega i motivi di fondo per cui le competizioni sono un impegno così importante per l’azienda. «È impagabile la possibilità di trasferire il prezioso know how ottenuto dallo sviluppo delle moto sui campi di gara direttamente alla produzione delle moto stradali. Si tratta di un travaso tecnologico reso possibile dall’effettiva vicinanza delle moto sportive a quelle da gara, molto più vicine tra loro nei concetti di base di quanto non lo siano, per esempio nel settore dell’automobile, una vettura stradale e un bolide di Formula 1».
Comodamente adagiati su questa filosofia col tratto dell’accelerazione sono naturalmente anche alcuni nuovi esemplari, come la 1098, la Hypermotard e la Desmosedici RR. Il cruscotto Ducati è probabilmente uno dei particolari più immediatamente riconoscibili nello scambio tecnologico tra pista e strada. Per dirla tutta, il cruscotto che è stato realizzato per la Desmosedici GP7 di Casey Stoner e di Loris Capirossi è lo stesso pezzo che oggi viene applicato sulla 1098 e sulla Desmosedici RR, adeguando ovviamente le scale per i giri. E si potrebbe proseguire per ore in questo ping pong della verosimiglianza tra splendide rosse, cioè cavalli di razza per la strada e per la pista. E di moto per palati che non si accontentano dell’ovvio ogni anno ne escono circa 40.000 dalla fabbrica di Borgo Panigale.
Non è un numero da capogiro se paragonato ai milioni di pezzi che le case giapponesi sfornano con disarmante puntualità. «La Ducati non si misura sul terreno della quantità, dei numeri. Lì non possiamo certo competere. Noi dobbiamo frequentare da protagonisti un altro territorio, che si chiama specializzazione. E dirò di più: o si sta con forza e grande energia a questo livello, oppure non ci sarà alcun futuro. E questo non riguarda solo Ducati, ma la gran parte dell’industria italiana». Specializzazione, competizione, ma anche formazione e attenzione al territorio. «Ducati sta creando un rapporto molto stretto con le scuole. Agli inizi del prossimo anno partiranno stage in azienda per la scolaresca dell’Istituto Malpighi di Bologna. Con laboratori dove far capire dal vivo agli studenti i princìpi che sono alla base della fisica. Siccome l’Emilia è un distretto di eccellenza per la meccanica, invogliare gli studenti a prendere seriamente in considerazione la possibilità di lavorare un domani in questo mondo e magari in Ducati, mi sembra una cosa sana. E seria».
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