E i pellegrini di Padova continuano a preferire la basilica del Santo alla saccenza dei dotti beffardi

Fuori, il sole sopra Padova acceca. Dentro, la basilica del Santo avvolge in una penombra materna. Davanti all’altare della adorazione, a destra entrando, noti, seduto, un vecchio magro, in maniche di camicia, gli occhi fissi al tabernacolo. Ti fa pensare al Santo Bevitore di Roth, a un visitatore ostinato e abituale. I pellegrini fanno la coda alla tomba, in un’attesa paziente. Quando arrivano alla lastra di marmo nera appoggiano la mano, per lunghi secondi. Qualcuno accosta la fronte alla pietra, molte donne la baciano.
È densa di gesti, è domanda di toccare con le mani la devozione a sant’Antonio. La devozione popolare parla una lingua di segni, lingua antica del cuore. Quelle mani a carezzare la tomba del santo dei miracoli, il santo che resuscitava i bambini annegati, e faceva inchinare i muli davanti all’ostia consacrata, sono le stesse che a Lourdes hanno fatto liscia di carezze la grotta dell’apparizione. Bisogno di toccare: come si abbraccia chi ci è caro, perché né le parole né i pensieri bastano. Occorre passare attraverso la carne, è fede incarnata la devozione popolare.
E i pellegrini della basilica si mettono in fila di nuovo all’altare delle reliquie, poi alla cappella delle benedizioni si inginocchiano. Un frate molto anziano fa sul capo di ognuno il segno della croce, impone sulle teste le sue mani. Mani, ancora: più semplici delle parole. Capiscono i vecchi in carrozzella, e anche i bambini.
Fuori, nelle botteghe, vendono crocefissi e rosari e immaginette, che ogni colto borghese giudicherebbe impresentabili – quegli angeli, quei putti, quelle madonnine da due lire. E che patetico mercato, direbbe un intellettuale corretto, quell’infilata di banchetti, a profittare della gente semplice. Ma i semplici sono felici di acquistare quei modesti tesori, e di farli benedire in basilica, e di portarli a casa e custodirli nei cassetti in camera da letto, come cose preziose: quando qualcuno è malato, c’è il rosario di sant’Antonio.
Sorridano, i dotti, i “beffardi”, come li chiama un salmo. Sono più lieti i pellegrini del Santo, stanchi sui loro pullmann verso casa, di loro, con tutta la loro smaliziata sapienza. Da settecento anni una folla innumerevole continua a venire qui, ogni giorno – e ragionevole sarebbe domandarsi cosa cerca, e cosa trova.
Un bambino, l’altro giorno nella cappella del Capitolo, è stato battezzato. Lo aspettavano, suo padre e sua madre, da molti anni, è arrivato nove mesi dopo averlo domandato al Santo. L’hanno chiamato Antonio. Il vecchio che a mezzogiorno sedeva in faccia all’altare della adorazione, a sera è ancora lì, immobile. E cosa domandi, cosa attenda la sua faccia scavata dagli anni, è nella penombra dell’antica basilica il segno del mistero che è ogni uomo. Se ne andrà solo quando le porte chiuderanno, a passi lenti. Mendicante tenace, domani all’alba sarà di nuovo al suo posto: caparbio, ad aspettare.

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