E il governo va
Che sia “gelo” con Forza Italia questo dipende dai punti di vista. Ma è un fatto che, sabato 22 giugno, al tavolo della Presidenza dell’annuale convegno della Compagnia delle Opere , la figura politica più rappresentativa è il Vice premier e leader di An Gianfranco Fini. Che con cortese sollecitudine, mentre attende l’inizio dei lavori, ha accettato di rispondere alle domande di Tempi.
Presidente, sull’articolo 18 il governo ha accettato di dialogare ed è riuscito a convincere Cisl e Uil a tornare al tavolo delle trattative. Ha motivi per ritenere che un accordo sulle riforme sia ora a portata di mano?
Guardi, il governo si è mosso e si muove con un obiettivo semplice e al tempo stesso ambizioso: quello di fare quelle riforme strutturali di cui l’economia italiana ha un bisogno vitale – e non c’è bisogno di spendere molte parole per spiegare la ragione per cui senza interventi strutturali l’economia non decolla: ci sono intere biblioteche sulla necessità d’interventi sul mercato del lavoro, sul sistema previdenziale, sul sistema fiscale. Contemporaneamente però quest’obiettivo che poi è quello di una politica “riformista”, il governo si è sempre mosso consapevole che le riforme vanno fatte col maggior consenso sociale possibile. Dopo una prima fase contraddistinta dallo scontro, dallo sciopero generale, la riapertura del negoziato, la riapertura dei quattro tavoli (fisco, Mezzogiorno, sommerso e mercato del lavoro), la buona volontà e il senso di responsabilità che le parti – con una sola eccezione per un solo tavolo – hanno messo in campo ha consentito di presentare l’altro giorno un primo documento sul mercato del lavoro che giudichiamo oggettivamente importante. Siamo fiduciosi sul buon esito complessivo della trattativa. Sarebbe un segnale importante, un fatto importante, perché questi due elementi – cioè politica riformista e dialogo attraverso il quale giungere al consenso – sarebbero entrambi tenuti presenti.
La recente tornata elettorale non è stata favorevole ai candidati della Cdl. Siete stati penalizzati dalla litigiosità interna, dal boom di liste civiche, dalla disaffezione alla politica… o da che altro secondo lei?
Per usare, visto che va di moda, una metafora calcistica, direi che il primo tempo l’abbiamo chiuso in vantaggio e il secondo tempo l’abbiamo perso, nel senso che alla fine la partita si è risolta con un sostanziale pareggio. Non c’è dubbio che quando si giudicano le elezioni amministrative occorre tener conto di una dinamica che c’è nel sistema elettorale e che a volte i partiti stentano a comprendere: mi riferisco al fatto che il cittadino certamente giudica in base al messaggio politico generale, ma poi va a guardare la credibilità delle persone – il che è un fatto positivo: per chi, come me, crede da tempo nella democrazia diretta è indubbio che sia positivo che il cittadino di questa o di quella città quando deve scegliere il candidato sindaco sì, guarda lo schieramento di riferimento ma guarda anche la persona – questo lo dico perché laddove la Casa delle Libertà, vedi il caso di Verona o Monza, ha dato luogo a scelte dopo litigi non sempre sanati e in alcuni casi a scelte che forse non erano le migliori possibili, poi non ci si deve meravigliare più di tanto se il risultato è un risultato che non premia, anzi…
Al di là del temperamento bizzoso dell’ex sottosegretario, non pensa che Sgarbi avesse qualche ragione di merito nella polemica che lo ha opposto al ministro Urbani?
Non giudico, perché non ho titoli per farlo e sarebbe presuntuoso, la personalità di Sgarbi che è poliedrica , io faccio una valutazione politica: non è vero quello che Sgarbi ha cercato di dire, e cioè che , unitamente al messaggio del Presidente Ciampi, la sua difesa del patrimonio artistico nazionale ha impedito chissà quale scellerata volontà del governo; sia nel dibattito al Consiglio dei Ministri, sia successivamente, a tutti i ministri, non soltanto a Urbani e a Tremonti, era ben chiaro che non esisteva alcun rischio di privatizzare o di mettere sul mercato dei beni che appartengono non solo allo Stato ma alla comunità nazionale e per certi versi si potrebbe dire all’umanità intera, mi riferisco non soltanto al Colosseo, ma ad un lungo elenco di beni e risorse culturali, ambientali, paesaggistiche. Va sempre ricordato che, secondo i dati Unesco, in Italia si trova oltre il 50% del patrimonio culturale dell’umanità. Mi spiace che Sgarbi, non so quanto involontariamente, si sia prestato ad un’azione di strumentalizzazione o comunque di propaganda politica del nostro messaggio.
Dopo lo sciopero i rapporti tra governo e Associazione nazionale magistrati rimangono tesi. Perché non si riesce a uscire da questa logica di mera contrapposizione tra politica e magistratura?
Guardi, si tratta di un discorso che abbiamo fatto mille volte: l’Associazione nazionale magistrati, in questa fase, ha una leadership chiaramente improntata a scelte di carattere politico e quindi come tali oggetto di discussione all’interno della stessa Anm. Lo sanno tutti che si sono divisi sull’opportunità o meno dello sciopero, si sono divisi sulla scelta dell’attuale segretario Bruti Liberati, c’è, nel rapporto con l’Anm, una dialettica che a mio modo di vedere relativa più al confronto politico-sindacale che al merito dei provvedimenti che il governo ha in animo di varare. Va ricordato che da questo punto di vista il governo risponde del proprio operato innanzitutto davanti al Parlamento, alla pubblica opinione e mira ad un interesse generale. Poi si può condividere o meno la bozza di riforma, ma non la si può giudicare come invece ha fatto il vertice dell’Anm in modo diverso rispetto a quello che è. Basti pensare, è il dato più clamoroso, che hanno fatto uno sciopero contro la separazione delle carriere mentre nessuno nel governo vuole arrivare alla separazione delle carriere.
La situazione politica complessiva in Europa si sta evolvendo a netto vantaggio delle coalizioni di centro-destra. Come spiega questa repentina svolta politica e il tramonto delle socialdemocrazie a livello continentale?
È un po’ la legge del pendolo: dopo anni in cui la gran parte dei governi europei aveva maggioranze di centrosinistra, socialdemocratiche – il cosiddetto Ulivo mondiale – il pendolo oggi riporta il consenso alle coalizioni di centrodestra, che ovviamente sono molto diverse tra di loro, è uno dei dati secondo me strutturali del sistema politico europeo: mentre c’era, o c’è, una cosiddetta “internazionale socialista” o socialdemocratica, non esiste, se non in minima parte per il ruolo che ha il Ppe, una “internazionale di centrodestra”. Ogni paese dà vita a maggioranze conservatrici o di centrodestra, però tenendo sempre presente le specificità nazionali. Se dovessi cercare due elementi che hanno portato il pendolo a tornare da questa parte, metterei in primo luogo il tema della sicurezza che, soprattutto dopo l’11 settembre in un’ideale gerarchia di valori da tutelare, a mio modo di vedere, è tornato al primo posto e c’è un ritardo culturale della sinistra a questo riguardo. Continuo a pensare che la sicurezza sia sicurezza sociale – ed è un problema –dopo l’11 settembre la sicurezza è soprattutto sicurezza individuale. Dall’altro lato, oggetto del dibattito di oggi, il costo non più sopportabile di un Welfare State che con la presunzione, in questo caso svedese, di seguire il cittadino dalla culla alla bara poi ha portato a costi elevatissimi e a una qualità dei servizi non corrispondente alle esigenze e alle aspettative. Questi due elementi, una politica sociale che lascia scoperti e fa aumentare i costi, insieme a una certa incapacità culturale di comprendere che la sicurezza è un tema centrale.
Lei oggi è qui al convegno delle Compagnia delle Opere. Qual è il suo rapporto con questa associazione?
In questo caso preferisco parlare non come vice-Presidente del consiglio ma come responsabile del mio partito. Ci sono sicuramente con gli amici della Cdo dei punti in comune nella valutazione culturale che si dà della società, mi riferisco in particolar modo, discutendo di Welfare, al ruolo sempre più importante dei corpi intermedi, la necessità di avere uno Stato che sia essenziale, snello. L’estremismo di chi dice: tutto allo Stato, quindi statalismo, e l’estremismo di chi dice invece lo Stato non serve più, ci trovano entrambi, noi e la Cdo, molto critici perché, soprattutto sul tema della solidarietà davvero serve una giusta via di mezzo. Uno Stato che fa poche cose e le fa bene, uno Stato che attraverso una condivisione del principio di sussidiarietà, soprattutto in linea orizzontale, mette al centro la persona umana, quindi le associazioni e in questo modo garantisce la tutela dei bisogni reali.
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