«E’ IL MONDO CHE CHIEDE FLESSIBILITà»

Di Pietro Piccinini
23 Settembre 2004
Bisogna tener duro

È stato assessore e dirigente milanese del Pci. Massimo Ferlini, ora vicepresidente della Compagnia delle Opere, comprende bene le obiezioni del compagno Cavallari. Ma prima di dire la sua, premette che «la Biagi è più di sinistra di questa sinistra. Aspettavamo da tempo una riforma che fotografasse l’attuale realtà italiana, fatta di imprese che ormai hanno una vita media più breve della vita lavorativa delle persone. Finalmente la riforma Biagi introduce la libertà nel mercato del lavoro, interrompendo il monopolio statale del collocamento e tutelando veramente tutti i lavoratori, che abbiano contratti a tempo determinato o a tempo indeterminato: per il semplice fatto che lavorano, tutti devono avere eguali diritti e doveri».
Ma come si coniugano flessibilità e desiderio di stabilità?
La legge 30, la riforma del mercato del lavoro, è solo la matrice iniziale della riforma del patto sociale descritta nel Libro bianco di Marco Biagi. Ora tocca alla seconda parte, che è iniziata con la riforma delle pensioni. Il problema vero è che ancora oggi il welfare, quell’insieme di contribuzioni e di diritti economici che derivavano al cittadino dal fatto di lavorare, in Italia è disegnato intorno al vecchio mercato del lavoro, perciò una minoranza di lavoratori (a tempo indeterminato, dipendenti della pubblica amministrazione e della grande industria) gode di tutte le tutele a scapito della maggioranza dei “flessibili”. Ecco perché ora occorre rivedere il modo di finanziare i diritti sociali dei cittadini: per ridisegnare il patto sociale bisogna recuperare le risorse da ridistribiure. Ma è proprio su questo che la minoranza delle categorie protette s’è chiusa a riccio.
Nel frattempo i “flessibili” vivono nell’insicurezza.
Bisogna tener duro. Il cantiere è aperto: non si può buttare via la prima tappa della riforma del welfare solo perché non abbiamo ancora portato a termine la seconda. E poi il giudizio implicitamete negativo che attribuiamo a termini come “precarietà” e “flessibilità” è antistorico. È il mondo a richiedere flessibilità, non il padrone sfruttatore che vuole adeguare gli operai ai ritmi delle macchine. Nella società dei servizi il tempo non è imposto dalle macchine, è dato dalla mia capacità di produrre la cosa che serve, dalla mia inventiva. In questo senso è richiesto l’adeguamento strutturale: flessibili sono quelli che nella vita fanno per un po’ gli impiegati, poi diventano imprenditori, poi tornano a fare i dipendenti… Questi come li chiami? “Flessibili per scelta loro” o “flessibili perché subalterni alle logiche del capitale”? Quando si parla di “flessibilità”, l’ottica di sinistra tende a considerare l’equità sociale un problema esclusivo delle fasce più basse della popolazione. Invece riguarda tutti: recentemente si è presentato in Cdo a Milano un piccolo imprenditore che non riesce ad ottenere un prestito perché il bilancio dell’azienda mostra qualche crepa, mentre un suo dipendente ha acceso un mutuo perché il 27 di ogni mese riceve la busta paga. In questo caso, il “flessibile” punito è “il padrone”…
E così veniamo al sistema delle garanzie.
Anche alle banche è richiesto di mutare comprensione della modernità. Sfruttano enormemente la flessibilità per giocare fra un mercato e l’altro a livello internazionale e dovrebbero sfruttarla anche per finanziare i ritmi di vita delle persone nei vari paesi. Poi se questo deve avvenire attraverso cambiamenti del mercato dell’affitto, forme cooperative, altre forme di aggregazione sociale, ben venga. Noi per primi, come Cdo, stiamo pensando a come rispondere a queste necessità. Però dall’altra parte c’è bisogno di banchieri che abbiano chiaro che stanno parlando di un mondo diverso, che non possono chiedere garanzie totali a gente che non ha nulla se non la disponibilità a far crescere il proprio capitale umano. Per un banchiere è oggettivamente un rischio maggiore, ma è un mondo più rischioso.

Pietro Piccinini

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