E il popolo si attacca al tram

Di Tempi
15 Gennaio 2004
Siamo ancora alla vigilia di quel maledetto ribaltone del 1995?

Siamo ancora alla vigilia di quel maledetto ribaltone del 1995? E’ ricomparso l’ineffabile Scalfaro, chissà. Intanto un po’di memorie patrie. A partire dal 1993 ci fu nell’ordine: un terremoto (Tangentopoli), il voto popolare (1994), lo scippo del voto popolare (1995) e cinque anni d’Ulivo (1996-2001) in cui l’Italia tirò la cinghia ed entrò in Europa a forza di pensioni e salari bloccati, di prime leggi per la flessibilità del lavoro e fiscalità da vampiri. Battuti nuovamente dal voto popolare, gli sconfitti riattaccarono con la solfa dei tribunali speciali e delle mobilitazioni antifasciste. E sono ormai tre anni che si va avanti così. Tanto è vero che il governo si è dovuto occupare più dei guai del presidente del Consiglio che di quelli degli italiani. Ma per colpa di chi, se l’opposizione pare che esista solo perché esiste Berlusconi? Ma torniamo alle eredità dell storia. Durante il quinquennio ulivista non c’erano state le Torri Gemelle, la bolla speculativa non era ancora scoppiata, e c’era la cosiddetta “new economy” che tirava. In quegli anni il sindacato taceva, i conflitti di interesse non se li filava nessuno, la magistratura continuava il suo controllo di legalità a senso unico, gli amici degli amici incassavano le privatizzazioni in stile Pagine Gialle. Bubboni come quelli di Cirio e Parmalat vengono da quegli anni, perché è in quegli anni che il “capitalismo etico” scopre i paradisi fiscali e li usa per le privatizzazioni. Non è Tanzi che scopre il Lussemburgo e le Cayman, gli occhi chiusi della Consob e il vedo-non vedo delle banche, del Tesoro e di Bankitalia (rileggere, per favore, il caso Telecom). Insomma, come ha scritto in un paio di libri Geronimo, dopo aver pilotato la caduta della Prima Repubblica consociativa, i potentati finanziari non hanno fatto altro che pilotare, tra il ’96 e il 2001, la continuazione del consociativismo. Poi la storia si complicò, si caricò degli effetti speciali dell’euro, del terrorismo, della guerra, dei disastri naturali, della congiuntura economica internazionale negativa. A quel punto – e siamo all’oggi – le risorse non bastano più a coprire tutto quello che c’è da coprire, sicurezza, scuola, lavoro, pensioni, ricerca eccetera. Ammettiamo pure che Berlusconi sia stato sfortunato e che la classe politica governativa non si sia ancora dimostrata all’altezza del suo mandato. Ma oltre che indignarsi, insorgere e sabotare le riforme, cosa sta facendo l’opposizione per contribuire al bene comune di questo Paese? Cosa dimostra di alternativo a questo governo? Più dei Prodi dalla doppia morale, ci piacciono certi onesti uomini della sinistra – come Michele Magno, Antonio Polito, Nicola Rossi – i quali si battono per un’alternativa riformista. Ma cosa contano, nei fatti, i riformisti? Non si pensa che un’opposizione debba andare in soccorso di un esecutivo che fatica a governare. Ma neanche si riesce a immaginare che ci siano persone adulte, che si dicono responsabili e moralmente perbene, le quali vista la china in cui si trova il Paese seguitano a fare il gioco al massacro che fa tutti i santi giorni l’Unità, l’ex giornale di Gramsci diretto da un ex miliardario Fiat a New York (d’altronde anche il finanziere newyorkese George Soros, quello che sbancò la Banca d’Italia giocando contro la lira, cioè gli italiani, nel 1992, è un mito di questa sinistra). Hanno una proposta alternativa? Sono, come dice Economist che tiene loro bordone (come fece nel ’96, occasione unica per far spesa a basso costo in Italia), “adatti a governare”? No, sono un po’ come L’Espresso, che a pagina 2 ce l’ha con il liberismo economico, a pagina 3 chiede il liberismo etico, e dalla 4 in avanti fa l’elogio del bordello.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.