E Lewis sognò il leone di Narnia per scrivere la storia umana di Cristo
Walter Hooper, americano convertitosi al cattolicesimo, è stato segretario personale e amico di C. S. Lewis. Oggi ne cura le opere postume (è imminente l’uscita in Inghilterra del III° volume delle Lettere). è considerato il maggior esperto vivente dell’opera dell’autore inglese. Quel che segue è il suo intervento al convegno “La ragione come stupore”, tenutosi al Centro culturale di Milano il 17 novembre 2005.
lla fine della guerra, Lewis era esausto e la sua vita domestica era in crisi. (…) Nel frattempo, il suo amico don Giovanni Calabria di Verona – oggi san Giovanni – gli faceva pressioni affinché egli continuasse nella sua opera di apostolato tramite la scrittura. Il 14 gennaio 1949, Lewis replicò a don Giovanni – e un senso di spossatezza e di futilità ben traspare dalle sue parole – «Per quel che riguarda il mio lavoro, io sento che il mio zelo per la scrittura e qualsivoglia talento io possedessi stanno diminuendo; e non mi sembra più neppure di rallegrare i miei lettori come un tempo. Sono in travaglio sotto la pressione di molte difficoltà [.] Preghi per me, padre».
Fu quasi certamente in questo momento esatto, quando il suo vigore era a terra, che Lewis cominciò a sognare dei leoni: «Tutti e sette i miei libri di Narnia e i miei tre libri di fantascienza presero il via da un’immagine nella mia testa. All’inizio non erano storie, solo immagini. Il Leone cominciò tutto dall’immagine di un fauno con un ombrello e dei pacchetti in un bosco innevato. Quest’immagine era stata nella mia testa fin da quando avevo sedici anni, e poi, un bel giorno, quando avevo una quarantina d’anni, mi dissi: “Vediamo di tirarne fuori una storia”. All’inizio avevo ben poco chiaro dove la storia sarebbe andata a finire; ma all’improvviso vi balzò dentro Aslan. Penso di aver fatto un sacco di sogni sui leoni a quell’epoca; ma a parte questo non so da dove venne fuori il Leone o perché. Ma una volta che vi fu dentro, fu Lui a mettere insieme la storia, e fu Lui anche a far scaturire dietro di sé le altre sei storie di Narnia».
Lewis sognò Aslan a febbraio, quando le cose sembravano andare così male che peggio non si può. Il suo giovane amico Roger Lancelyn Green, che l’aveva conosciuto durante le sue conferenze, viveva a Oxford e si stava proprio dedicando a scrivere letteratura per l’infanzia. La sera del 10 marzo 1949, Green cenò con Lewis al Magdalen College, e dopo cena Lewis lo portò nelle sue stanze dove gli lesse ad alta voce i primi capitoli de Il Leone, la strega e l’armadio. Non aveva ancora finito di scriverlo, ma Roger ricorda che gli sembrò di «stare ascoltando un libro che avrebbe potuto figurare fra i grandi nel suo genere». Credo che poi Lewis rimase a lungo al lavoro sulla sua scrivania, perché quando rivide Green alla fine del marzo del 1949 aveva terminato la stesura del libro. Le altre sei cronache di Narnia seguirono a breve distanza Il Leone, e sembra proprio che saranno questi libri a essere il più grande memoriale di Lewis.
Prima di lasciarli, mi piacerebbe fare un paio di osservazioni su queste storie. In uno dei primi testi critici che lessi su Lewis, l’autore lamentava il fatto che egli non avesse scritto «una storia puramente umana». Non c’è giorno praticamente che io non pensi a questa frase, perché credo che quell’autore fosse solo uno fra i tanti che si sono posti la stessa domanda. Perché Lewis non scrisse una “storia puramente umana”? Sono sicuro che la risposta è che quando si conosce Dio e si sa – come Lewis soleva dire – che è Lui «la sorgente ultima di tutte le cose e di tutti gli eventi concreti ed individuali», e si conosce l’intera storia della Salvezza, allora non si può far finta che il Signore della vita intera semplicemente non sia presente. Una “storia puramente umana” deve contenere Dio, altrimenti non è umana.
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