E ora Parigi riscopre quelle ragazze dell’islam…
Paradossalmente, al contrario di ciò che è avvenuto con la nostra “tradizione” (il cristianesimo non è forse stato messo in discussione, svillaneggiato, irriso, vuoi per pregiudizio ideologico, vuoi per superficialità o distrazione, spesso senza nemmeno essere veramente conosciuto?) in Europa in generale ed in Francia in particolare, si sono considerate le “tradizioni” degli altri popoli come un apporto positivo alla cultura occidentale. Ma non ci si è resi conto che una “tradizione” non è per sua natura positiva e che pertanto può e deve essere valutata criticamente, contestata e considerata inaccettabile quando essa mirasse a distruggere valori come la libertà e la democrazia. È per reagire all’oppressione di certe tradizioni che il 22 ottobre 2001 un gruppo di ragazze della periferia parigina scrisse un manifesto, “Ni putes, ni soumises”, né puttane né sottomesse. Nel loro manifesto senza ambiguità queste coraggiose donne dell’islam dichiaravano di non voler più essere «soffocate dal maschilismo degli uomini dei nostri quartieri che in nome di una tradizione negano i nostri diritti più elementari». Di essere stanche “del miserabilismo”, stanche di chi giustifica «la nostra oppressione in nome del diritto alla differenza e del rispetto di quelli che ci impongono di chinare il capo». A poche settimane dai fatti dell’11 settembre l’iniziativa incontrò l’indifferenza generale e non ci si accorse che quel manifesto meritava di essere sostenuto perché era una giusta reazione ed una possibile risposta all’arcaismo culturale, fertile terreno di coltura per il fanatismo etnico e religioso. Solo negli ultimi mesi è aumentata la consapevolezza e la preoccupazione per l’ampiezza delle derive dell’islamismo radicale, in gran parte responsabile della non comprensione delle più elementari regole della convivenza civile. Ed è questa nuova consapevolezza che ha spinto i media francesi a riscoprire quel manifesto e dare risalto alla marcia dell’8 marzo scorso che ha portato queste ragazze ad animare delle discussioni nei quartieri di periferia più turbolenti, per cercare di far capire alla comunità islamica la necessità di un cambiamento.
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