E Soru inventò gli incassi fantasma

Di Bottarelli Mauro
19 Luglio 2007
Non ha ideato solo la tassa che ha ucciso il turismo in Sardegna. È anche riuscito a violare la Costituzione riempiendo il bilancio regionale di soldi che vedrà (forse) nel 2013. Parola di Corte dei Conti

In un paese dove il presidente dell’associazione degli industriali si vanta pubblicamente, davanti all’uditorio di una nota università, di essere stato «il campione del mondo di copiatura a scuola, una dimostrazione che c’è speranza anche per chi copia» (ottenendo per tutta risposta un commento al vetriolo sul Wall Street Journal del 28 giugno intitolato “Gli italiani imbrogliano per vincere”), ci si può e ci si deve aspettare di tutto. Ma che la tessera numero due del Partito democratico, il Don Chisciotte dei quattro mori, il fustigatore dei costumi di Flavio Briatore e miliardari assortiti che calano come barbari sulla Costa Smeralda, facesse contabilità creativa non ce lo aspettavamo proprio. E invece Renato Soru, presidente della Regione Sardegna, si è fatto bocciare dalla Corte dei Conti il bilancio regionale per un vizio di legittimità. Quale? La giunta illuminata dell’ex mister Tiscali ha infatti inserito nel documento relativo al 2006 le risorse della cosiddetta vertenza entrate, cioè ha iscritto come voci attive del bilancio dell’anno scorso somme che però – ha fatto notare la Corte – entreranno nelle casse sarde soltanto tra il 2013 e il 2015, come sottoscritto nell’accordo tra Stato ed esecutivo regionale. Per la Consulta, che ha bloccato il rendiconto generale del 2006, «l’anticipazione è una palese elusione del principio dell’annualità del rendiconto, sancito dall’articolo 81 della Costituzione». Avete letto bene: della Costituzione, quella carta nata dal sangue e dal fango dell’antifascismo e della Resistenza, la stessa carta che veniva evocata come un totem ogni qualvolta Silvio Berlusconi, da capo del governo, osasse dire o fare qualunque cosa. Ebbene, il governatore della Sardegna Renato Soru (o più verosimilmente i suoi tecnici) quella Costituzione non la conoscono. Quantomeno ne ignorano l’articolo 81. Il quale sancisce un principio quasi banale che in ambito giuridico viene definito “del buon padre di famiglia” e che si può riassumere così: non si mettono a bilancio soldi che non ci sono. Semplice, chiaro, limpido.
Basta leggere l’ordinanza inviata al presidente Soru dalla Corte dei Conti di Cagliari in data 29 giugno 2006. Secondo il procuratore regionale Mario Scano «l’anticipazione al 2006 di risorse finanziarie spettanti alla Regione negli anni 2013-2015 e che attengono alla competenza degli esercizi medesimi, si risolverebbe in una palese elusione del principio dell’annualità del bilancio, sancito dall’articolo 81 della Costituzione». Il magistrato contabile ha inoltre sottolineato che «si tratta di regola fondamentale cui sono conformate, oltre che tutte le leggi di approvazione dei bilanci pubblici, sia la legge di contabilità statale sia quella di contabilità regionale». Nel precisare «la presenza di profili di disallineamento della norma dallo Statuto di autonomia» (ovvero di forzature delle competenze spettanti alle Regioni a statuto speciale), Scano ha ricordato che per la Regione tale disposizione «deve intendersi quale operazione finanziaria straordinaria finalizzata alla copertura di una quota parte del disavanzo di amministrazione». Cioè una operazione finanziaria che, sempre secondo le parole di Scano, «assolve al dichiarato scopo di bilanciare almeno in parte il disavanzo finanziario, la sua rappresentazione (iscrizione) nel bilancio annuale di previsione si traduce in un’allocazione, dagli effetti asimettrici delle relative poste che è tale da influire sulle risultanze definitive della gestione finanziaria 2006». In parole povere, la giunta guidata da Renato Soru ha iscritto a bilancio somme attualmente non disponibili, cioè inesistenti, per coprire i buchi.

Magia da 1.500 milioni
E, sempre a proposito di buchi, Scano ha anche precisato che «ormai da decenni le sezioni riunite della Corte dei Conti della Sardegna hanno rilevato l’irrazionalità della ricorrente iscrizione di poste (tasse, ndr) per la regolazione di avanzi o di disavanzi finanziari». Ha poi aggiunto che «l’importo di 1.500 milioni di euro stanziato nello stato di previsione dell’entrata dell’assessorato alla Programmazione, viene portato a residui attivi venendo così a incidere sul relativo carico. Ne deriva che, a causa della sfasatura contabile di queste allocazioni, l’accertamento del credito privo di ragione giuridica si riverbera sia sulle risultanze del conto del bilancio sia, con effetto permanente, sull’ammontare dei residui attivi». In italiano: per far tornare i conti della Sardegna, Soru ha utilizzato soldi “futuribili” come se questi fossero già stati incassati, drogando le cifre non solo del bilancio da approvare ma anche nascondendo i buchi che si sono accumulati negli anni precedenti (offrendo la sensazione di aver annullato, o almeno contenuto, il debito regionale).
Dopo la geniale tassa sul lusso, formidabile incentivo per quell’attività di seconda fascia che è il turismo in Sardegna, ecco un altro straordinario esempio di buongoverno di Soru. Il bello è che, se la Consulta confermasse i dubbi della Corte dei Conti, si dimostrerebbe che in questi anni di centrosinistra al potere non vi è stato alcun risanamento sull’isola. Infatti il disavanzo che nel 2004, ultimo anno di vita della giunta del centrodestra, era di 2,8 miliardi di euro salirebbe quest’anno a 3,288 miliardi. Il calcolo è frutto della somma del disavanzo certificato per il 2007 (1,288 miliardi) e delle anticipazioni fittizie (1,5 miliardi nel 2006 e 500 milioni nel 2007). Quale sarebbe la conseguenza di questa bella scoperta? L’obbligo per la giunta sarda di ricorrere alla solita soluzione, impraticabile per la sinistra delle rendite: il taglio delle spese.
E il diretto interessato, mister moralità, come risponde alle accuse, che questa volta provengono da un organo di controllo dello Stato e non da un partito dell’opposizione? Attaccando e buttandola in politicaccia di bassa lega mista a teoria del complotto e sindrome di persecuzione: «Io credo che la Corte dei Conti abbia fatto un attacco politico alla Regione. L’ho già detto ai diretti interessati e lo ribadisco. È stato un attacco politico grave e animato da una volontà di protagonismo eccessivo, non più in linea con i tempi e le competenze attribuite alla Corte dei Conti, che non aiuta la trasparenza dell’attività della pubblica amministrazione e la corretta informazione». Insomma, basta con questi parrucconi e burocrati che intralciano l’attività della Regione appellandosi a un cavillo come la Costituzione italiana: chi sono costoro per permettersi di bloccare un bilancio coi fiocchi come quello sardo del 2006, capolavoro di fantasia ed estro?

Intanto le spiagge si svuotano
In effetti, stampa regionale a parte, i grandi giornali hanno ignorato la vicenda, quasi si trattasse di una bega di quartiere. Ma si può ben immaginare come, se un atto del genere fosse stato compiuto dalla Lombardia, subito sulle testate nazionali si sarebbe scatenata la gara alla miglior richiesta di dimissioni di Roberto Formigoni. Comunque, il problema di Renato Soru non è nemmeno l’aver giocato coi numeri, ma l’essere stato obbligato a farlo per tappare i buchi creati in questi anni da altre sue belle invenzioni come la tassa sul lusso, quella specie di patrimoniale su seconde case, aerei e barche che ha praticamente condannato a morte il turismo. Come nacque quella decisione lo spiega a Tempi Paolo Maninchedda, che insieme a Soru ha fondato il partito Progetto Sardegna per poi abbandonarlo e diventare l’anima critica del centrosinistra sardo (anche attraverso il sito sardegnaeliberta.it). «Agli inizi dell’anno scorso – spiega Maninchedda – si è sviluppato un contenzioso con lo Stato: è emerso che alla Regione non erano stati corrisposti tributi per 5 miliardi di euro. Il governo ha iniziato a prendere tempo e il Consiglio regionale ha risposto con la legge. È stata una iniziativa per porre in evidenza la questione». Un atto provocatorio, dunque, realizzato in fretta e furia per obbligare Roma a prendere sul serio le richieste sarde. Risultato? Il calo degli arrivi. Drastico. A picco. Secondo il Consorzio Rete dei Porti Sardi, al 30 giugno 2006 si era registrato un crollo del 71 per cento degli arrivi delle barche, mentre al 19 luglio le barche in meno rispetto all’anno precedente erano il 92 per cento. I dati riguardavano tutta la costa eccetto Porto Cervo, unica località dove gli arrivi sono rimasti invariati. La tassa che voleva colpire i ricchi, insomma, ha ottenuto l’effetto contrario: i ricchi, in quanto tali, si incazzano in linea di principio ma non hanno problemi a pagare qualcosa di più. Il ceto medio, invece, di problemi ce ne ha eccome. Un capolavoro.
Anche il governo non ne può più
Allo stesso modo la pensava il governo di centrodestra e la pensa quello di centrosinistra. Sia nella Finanziaria per il 2006 che in quella per il 2007, infatti, l’esecutivo ha contestato di fronte alla Corte costituzionale la fiscalità a geometria variabile della Sardegna, specie per quanto riguarda gli immobili e i natanti, visto che la Regione non ha facoltà impositiva. Fiutando il problema, nel corso del 2006 il buon Soru ha cercato di modificare alcune norme del pacchetto di nuove tasse, ma su dieci contestazioni avanzate dallo Stato finora Soru è riuscito a mettere una toppa solo a un paio. Troppo poco, e da Roma hanno già fatto sapere che alla fine di questo mese la legge verrà impugnata.
Per completezza d’informazione, poi, come non ricordare la querelle sulla base della Marina Usa alla Maddalena, battaglia ideologica che ha visto il presidente regionale trionfare in un delirio di antiamericanismo in salsa ambientalista. Tra il 2008 e il 2009 gli yankee se ne andranno, in compenso se ne è andata anche la Marina italiana lasciando a casa 200 dipendenti dell’arsenale militare. Perché? Top secret. Anzi no, perché quell’area Soru la vuole vendere ai privati per creare uno spazio dedicato ai grandi yacht, i gingilli con cui si divertono i milionari tanto odiati e tartassati da mister Tiscali. A parole un piano perfetto. Peccato che ad oggi i fatti parlino solo di 200 disoccupati in più.

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