Ecomafia
L’11 Marzo 1996, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, nella relazione conclusiva, prendeva atto, per la prima volta, dell’esistenza del fenomeno dell’ecomafia. Un business miliardario in grande ascesa, quello dello smaltimento illegale, che utilizza le holding, si attrezza con la tecnologia più avanzata, si rivolge al mercato dello smaltimento illecito dei rifiuti radioattivi nell’assoluta inerzia di controllo degli organismi internazionali ricercando siti idonei nei Paesi africani. Ma non solo laggiù. La Procura della Repubblica di Reggio Calabria indagò a lungo e gli elementi probatori acquisiti consentirono di ipotizzare l’affondamento doloso nel mare Jonio, con l’avallo delle cosche della ‘ndrangheta reggina, di circa 32 navi cariche di rifiuti tossici. Un fenomeno solo d’importazione? Non proprio. In Italia, infatti, le discariche per rifiuti tossici sono rare e molti imprenditori cedono alle lusinghe della criminalità organizzata che crea cave abusive e ricava enormi profitti dallo smaltimento illecito delle scorie, qualcosa tra le 150 e le 1500 vecchie lire al chilo fino al milione nel caso di rifiuti radioattivi. Paradossalmente l’espansione dell’illegalità coincide quindi perfettamente con l’ascesa del politically correct ambientalista.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!