Edizione romana
C’è un solo modo per sopravvivere alla presidenza del Consiglio senza avere un partito di riferimento: fabbricarselo. È la lezione appresa da Romano Prodi nell’ottobre del ’98, quando una manovra di Palazzo prepensionò l’ambizioso professore bolognese salito nemmeno due anni prima a Palazzo Chigi. Ma non si tratta di realizzare un partito come gli altri, con le sezioni, gli organi intermedi e altre seccature democratiche estranee alla cultura di uno che ha guidato l’Iri e Nomisma. Meglio disporre d’un battaglione di opliti in Parlamento, più amici professori nei posti chiave del sottogoverno e delle banche e dei ricchi enti parastatali. Al resto pensa il popolo delle primarie, esecutore testamentario delle ultime volontà di Ds e Margherita. Questi i sogni disincarnati del premier. Ma tra l’oleografia e la carne c’è di mezzo la battaglia quotidiana. Dove il cammino sarebbe agevolato dall’avere un giornale amico o sotto controllo. E visto che Europa, quotidiano della Margherita, è presidiato da Francesco Rutelli e Franco Marini, tanto vale puntare in alto. Chessò, al Corriere della Sera. Anche un telegiornale fa comodo, e un’emittente televisiva o un quota di telecomunicazioni, telefonia e banda larga comprese, da dirottare in mani sicure. L’essenziale è che non ci mettano prima le mani gli altri. Magari recita così la preghierina postprandiale del presidente del Consiglio.
Romano Prodi ha delle cose da dire al Parlamento tra la fine di settembre e i primi di ottobre. Dovrà spiegare perché sul tavolo del presidente dimissionario di Telecom, Marco Tronchetti Provera, è planato un dossier allestito dal suo amico Angelo Rovati (ex Goldman Sachs) e consegnato su carta intestata di Palazzo Chigi. Il programma di Rovati prevede un regime di controllo dirigista per ciò che resterà di Telecom ove mai Guido Rossi (succeduto a Tronchetti) portasse a compimento il piano di scorporo della più indebitata fra le aziende che piacciono alla gente che piace. Singolare interesse, quello della presidenza del Consiglio. Non proprio aderente alle aspettative del capitano di Pirelli che siede, tra l’altro, nei patti di Mediobanca e Rcs. Ma più che a un peccato di gola, la mossa prodiana somiglia a una manovra d’interdizione. Un ostacolo a certi movimenti che potrebbero rimescolare finanza e politica. La fisica studiata alle scuole elementari dice che il vuoto allo stato puro non esiste, si riempie sempre di qualcosa. Il vuoto della Telecom e delle sue casse traforate deve essere gonfiato da chi abbia parecchi soldi a disposizione. Tolto l’americano Murdoch, spaventato dalla vischiosità del capitalismo italiano, i sospettati si riducono a pochi e, a parte due carte coperte, corrispondono all’identikit del salvatore che agisce in omaggio al principio della preferenza nazionale. Sono il capo dell’opposizione e gran dissimulatore Silvio Berlusconi (Mediaset), l’equivicina famiglia Benetton (delusa dal veto governativo sul matrimonio italo-spagnolo nel settore autostradale) e l’ingegnere Carlo De Benedetti, proprietario del gruppo l’Espresso e del fondo d’investimento Web-Tech, dal quale il cavaliere venne estromesso un anno fa, mentre i mozzorecchi davano del traditore a CDB che l’aveva accolto per ragioni di business. Altri particolari: 1°) l’Ingegnere è pure, per autoproclama, la “tessera numero 1” del nascituro partito democratico. E vuole che Prodi se ne faccia soltanto amministratore straordinario prima che ascendano al consolato Rutelli&Veltroni. 2°) Né Berlusconi né CDB, per ragioni a questo punto ovvie, sono amici di Prodi. Sui Benetton non si può giurare. 3°) Se Tronchetti si ritira in Pirelli dopo aver spezzettato Telecom, potrà vendere ai migliori offerenti il pacchetto societario (detenuto con Olimpia) attraverso il quale controlla l’azienda di telefonia. Alcuni possibili acquirenti li abbiamo nominati. Un outsider coperto potrebbe essere la diessina Unipol che ha finito di medicare le ferite subite per opera del moralizzatore Prodi, dell’establishment e delle procure che nell’estate 2005 arrestarono (quasi letteralmente) le scorrerie di Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti. Erano i giorni in cui i Ds volevano una banca e doveva essere Unipol+Bnl. Umiliazioni mai dimenticate. Il che spiega e non spiega il contegno prodiano su Telecom. Ma Prodi che potere ha? Certo può ostacolare le manovre dei gruppi di potere da lui detestati o temuti. Figurarsi se il diavolo (Berlusconi) e l’acquasanta (tutti gli altri) realizzano la bicamerale finanziaria del secolo. Una grande alleanza nella quale potrebbe sbucare perfino il fondo americano Carlyle, rappresentato in Italia dal figlio di CDB, Marco.
Però ha una banca. E che banca
Prodi una banca già ce l’ha (si fa per dire): è il nuovo gigante nato, nel silenzio generale ma col via libera di Palazzo Chigi, dalla fusione-inglobamento tra il forte istituto milanese Banca Intesa, guidato dal prodiano Giovanni Bazoli (un Cuccia imbiancato dal dossettismo), e la più esile banca torinese SanPaolo Imi, capitanata dal neoprodiano Enrico Salza, il più forte nemico che Luca di Montezemolo abbia nella proprietà del gruppo editoriale La Stampa. Non è un dettaglio. Anzi il particolare allarga la mappa del potere dei ragionieri in grisaglia che contano in Italia. Montezemolo non è solo il volto glamour di Confindustria (Charme è il nome del suo fondo d’investimento) e della Fiat (sebbene Sergio Marchionne gli dia le gomitate), siede anche nell’ambitissimo patto di sindacato Rcs. Quello che edita il Corriere della Sera e del quale fanno parte anche, fra tanti altri come Cesare Geronzi (Capitalia), gli amici Tronchetti e Diego Della Valle. Sono loro gli sponsor dell’attuale e pericolante direttore Paolo Mieli, terzista intermittente ma tutt’altro che consanguineo al clan di Prodi. Il fatto è che fra loro siede pure il prodiano Bazoli. E il suo potere, dacché Romano alloggia a Palazzo Chigi, è talmente cresciuto che il patron d’Intesa è riuscito a imporre l’amico Antonello Perricone come nuovo amministratore delegato Rcs, se pure in condominio con Montezemolo. Cosa vuol dire? Significa che il partito di Prodi si muove lungo la via più impervia che passa per la fabbrica del consenso borghese di via Solferino. Tutto qui? Nient’affatto. Perché Rcs è anche la possibile seconda carta coperta citata sopra. Nel senso che una credibile via di uscita per Tronchetti può prevedere la vendita al gruppo milanese del settore media di Telecom, il cui epicentro è La7. Con il risultato che Rcs avrebbe un consolidamento nella strategia di sbocco sul mare grande della televisione, e Paolo Mieli potrebbe prendere la guida del progetto liberando una delle più clamorose poltrone del potere italico. Tanto basta perché un premier in cerca di realizzazioni muova il proprio colpo, magari mirando a impedire un’operazione finanziaria per incassare alla fine dei giochi la propria grassa quota politico-editoriale. È un’ipotesi.
Insieme a due grandi sodali di Goldman Sachs, Massimo Tononi e Claudio Costamagna (gli estensori del dossier Rovati?), nel cuore di Prodi c’è Perricone, l’ad Rcs di cui s’è appena detto. Nei piani di Palazzo Chigi doveva essere lui a occupare il posto di Claudio Cappon alla direzione generale della Rai. Non se n’è fatto nulla, ma la partita, difficilissima, è stata riaperta dalle recenti nomine di Gianni Riotta (prodiano per necessità) alla direzione del Tg1 e dell’ecumenico Maurizio Braccialarghe alle Risorse umane. Cos’altro può volere Prodi? Crescere ancora in Rai, se necessario sulla pelle del maltollerato presidente diessino Claudio Petruccioli. Per ottenere questo bisogna capovolgere l’intero consiglio di amministrazione a maggioranza polista e opposizione popolar-comunista. Ovvero spianare e ricostruire. Il primo tentativo è fallito quando Tommaso Padoa-Schioppa s’è opposto alla richiesta prodiana di defenestrare Angelo Maria Petroni, consigliere espresso dal Tesoro (regnante Berlusconi). Resta la via del bulldozer.
Il sangue del Cavaliere
E arriviamo al capitolo Paolo Gentiloni, dal nome del ministro incaricato di riscrivere la legge Gasparri che riformula il sistema delle Telecomunicazioni. Diellino di tendenza rutelliana ma con un profilo autonomo, Gentiloni ha tra le mani uno strumento formidabile per liberalizzare l’etere “more ulivista”, ferire gravemente Mediaset e aprire la via al terzo o quarto polo televisivo targato Telecom (e qui torniamo) e sposato con chi ci sta: da Sky a Rcs alla rete personale di Carlo De Benedetti. Gentiloni ha promesso d’intervenire sulla Gasparri con severità, ma quanto si farà influenzare da Prodi? Al premier non conviene arrivare impreparato al momento delle decisioni sovrane o delle negazioni assolute. Come si farà a intercettare i sintomi del successo degli uni o degli altri? Consiglio: seguire il dibattito sul conflitto d’interessi. Se prevale la proposta di legge governativa che prevede la non eleggibilità parlamentare in caso di conflitto, opzione ultrapunitiva nei confronti del Cav. formulata dal tecnocrate Stefano Passigli (un ds causa bancarotta della Prima Repubblica, con il cuore nelle stanze umide del vecchio partito di Ugo La Malfa), significa che le bicamerale non si farà e avrà invece spazio e luogo la disputa sanguinaria interna al centrosinistra. Con esiti inimmaginabili ma adombrati dalla provocazione recente del quotidiano Europa: caro Berlusconi, perché non ti compri Telecom ed esci dalla politica? Un modo per dare la buona uscita al Cav. e non avere più ragioni per sopportare Prodi. Diversamente, dovesse prevalere la linea di Piero Fassino e Franco Marini (il Cav. lasci l’argenteria nelle mani della famiglia o di un fondo amico), si aprirebbe il sipario delle larghe intese. Che non prevede necessariamente l’esilio per Prodi, purché si rassegni a negoziare sulla mobilia nazionale. Compresa Telecom.
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