Eduardo “Teo” Uriarte

Di Rodolfo Casadei
23 Febbraio 2007
Era un terrorista basco, oggi sta coi socialisti. E li attacca: «Non trattate con i miei ex compagni»

Bilbao
Dopo la morte di Mario Onaindia nel 2003, Eduardo “Teo” Uriarte è l’ultimo leader storico dell’Eta ancora in circolazione fra quelli che abbandonarono la lotta armata agli inizi degli anni Ottanta per partecipare alla competizione politica legale. Condannato a morte insieme ad altri due compagni nello storico processo di Burgos del 1970, in piena era franchista, ebbe la pena commutata in ergastolo per pressioni internazionali. Amnistiato nel 1977 dal governo della transizione democratica, si autoesiliò a Bruxelles per dirigere da lì le attività dell’Eta politico-militare (una delle due ali in cui si era divisa l’organizzazione) e del
partito legale che la rappresentava, Euskadiko Eskerra. Nei primi anni Ottanta queste due organizzazioni abbandonano la lotta armata e si sciolgono e di lì a poco Uriarte entra nel Psoe, il partito socialista spagnolo. Sarà membro del parlamento basco, assessore all’Educazione a Bilbao ed esponente di punta dell’ala “costituzionalista” del Psoe, contraria al dialogo coi nazionalisti baschi, oggi emarginata dal premier José Luis Rodríguez Zapatero. Attualmente dirige la Fundación para la libertad, un’associazione civica anti-Eta nei cui locali a Bilbao ci ha ricevuto, alla presenza di una segretaria e quattro agenti della sua scorta.
Signor Uriarte, lei ha un passato di militante dell’Eta. Perché ne ha fatto parte e perché l’ha lasciata?
Ho fatto parte dell’Eta durante la dittatura di Franco, un regime iniziato e concluso con fucilazioni. Dopo il processo di Burgos ho trascorso otto anni in prigione. Io e i miei compagni usammo quel tempo per riflettere su ciò che avevamo fatto fino a quel momento e sul futuro. Capimmo che anche in Spagna di lì a poco avremmo avuto una democrazia come nei paesi dell’Europa occidentale. Alcuni di noi pensavano che di fronte a un sistema democratico l’utilizzazione della violenza mancava di ogni giustificazione morale e politica. Però il cammino di riconversione da organizzazione violenta a organizzazione democratica fu piuttosto lento e solo parziale, perché il clima sociale si era molto radicalizzato negli anni che noi avevamo trascorso in prigione. Solo riuscimmo a realizzare la riconversione dell’Eta politico-militare, ma non quella dell’Eta militare, che oggi continua a compiere azioni.
Da sempre lei è contrario al negoziato politico con l’Eta, e critica l’attuale politica del governo socialista di Zapatero, che mira a una “fine dialogata della violenza”. Perché?
Perché la natura dell’Eta è tale che nessun governo democratico può negoziare con essa. L’Eta, per essenza, non può negoziare, perché la sua opzione per la lotta armata non è una scelta tattica, ma è il centro di gravità della sua ideologia e della sua logica politica. Il sangue dei suoi “martiri” e i sacrifici dei suoi militanti sono stati e sono il pegno della sua coerenza, del fatto che il suo programma massimalista non può essere abbandonato. L’Eta non vuole raggiungere un accordo, come si fa fra forze democratiche, vuole trionfare grazie alla violenza. Nello stesso momento in cui cominciasse a negoziare cesserebbe di essere l’Eta, scomparirebbe, come è avvenuto a noi dell’Eta politico-militare quando cominciammo a negoziare.
Perché l’Eta ha compiuto l’attentato all’aeroporto di Barajas, a Madrid, mentre era in corso il negoziato con Zapatero? Non ha messo in pericolo la legittimazione politica che il governo le aveva riconosciuto?
No, il problema è che il governo e il parlamento spagnolo, facendo dell’Eta un interlocutore, hanno consegnato nelle sue mani l’iniziativa. E la maniera dell’Eta per dimostrare che l’iniziativa è nelle sue mani è mettere bombe. Quello che ha detto Mariano Rajoy (il leader dell’opposizione popolare, ndr) in occasione del dibattito parlamentare è giusto: una volta che all’Eta è stato riconosciuto lo statuto di interlocutore, se non si fa sentire con le bombe significa che il governo sta cedendo, e se torna a piazzarle è perché il governo non ha ancora ceduto. Ancorché il vero sproposito è la risoluzione del parlamento del 17 maggio 2005, che ha solennemente legittimato il negoziato con l’Eta. Quel voto costringe di fatto l’Eta a escludere qualunque ipotesi di resa o di autoliquidazione, a sollevarsi dalla propria agonia. Cioè: dovevano fare azioni, dovevano dimostrare che erano vivi. La peggiore medicina per risolvere un problema di terrorismo in Europa è che lo Stato crei aspettative di negoziato.
La linea politica che lei ha cercato di attuare quando è stato esponente di alto livello dell’entourage dell’allora segretario generale del Psoe basco Nicolas Redondo era molto diversa.
Sì, la nostra posizione è sempre stata basata sulla certezza che l’unica maniera di mettere fine al terrorismo fosse sconfiggere l’Eta. E che per farlo occorresse smettere di considerare il Pnv (il Partito nazionalista basco, formazione di maggioranza relativa nel Paese Basco, ndr) come si era fatto fino a quel momento, cioè come una parte della soluzione, ma come una parte del problema. Sapendo bene, per la nostra estrazione, che senza le giustificazioni ideologiche e politiche che il Pnv fornisce all’Eta, questa sarebbe scomparsa già da parecchi anni. Ma questa linea politica non solo ha fallito nel Paese Basco, ma è fallita a livello nazionale in seno al Psoe. E attualmente il segretario generale del Psoe e capo del governo, Zapatero, opta per la via antitetica: negoziare politicamente con l’Eta e fare del Pnv parte della soluzione, alleato nel processo.
Perché la vostra linea di fermezza nei confronti dei nazionalisti baschi è fallita?
A causa della sconfitta di misura del Fronte costituzionalista costituito dal Psoe e dal Partito popolare (Pp) alle elezioni regionali basche del 2001. Perdemmo per soli 25 mila voti, ma questo comportò una reazione molto radicale dei vertici nazionali del partito contro Nicolas Redondo. Non tanto per essersi opposto al Pnv, ma per essersi alleato col Pp. Perché ormai si stava creando in Spagna quel rigetto viscerale contro la destra che credevamo fosse scomparso con la transizione democratica e di cui Zapatero e i suoi progetti sono l’espressione più piena: l’anno della memoria storica, il disseppellimento dei morti, l’ipotesi di compiere una seconda transizione democratica attraverso la quale modificare lo spazio politico allo scopo di farvi entrare l’Eta ed espellerne il Pp. Una specie di nuovo “frontepopolarismo”, quello che ci portò alla tragedia della fine della Seconda repubblica.
Lei è molto critico sulla linea di Zapatero.
Zapatero non ha imparato nulla dalla storia, non ha capito il significato della transizione democratica spagnola. E inoltre alcuni comportamenti del capo del governo dimostrano una certa alienazione. Quando i servizi di sicurezza e i media gli offrivano prove che l’Eta stava per tornare a compiere attentati, si rifiutava di riconoscerlo. Mi ha ricordato quello che faceva Stalin quando militari o spie andavano da lui per dirgli che Hitler stava per rompere il patto di non aggressione: li faceva fucilare. La sua impostazione ideologica lo porta a considerare l’Eta come qualcosa di integrabile nel futuro spazio di convivenza che lui immagina, tutto il resto non esiste.
Il suo giudizio sul Pnv non è meno severo. Che ruolo gioca oggi questo partito?
Il Pnv, pochi anni dopo la transizione democratica, iniziò un processo di simpatia verso l’Eta e di utilizzazione politica della sua esistenza a sostegno delle sue rivendicazioni di fronte al governo centrale. Questo processo di simpatia è giunto a far sì che praticamente la metà del Pnv attualmente condivida la visione politica propria dell’Eta. Cioè la visione secondo la quale esisterebbe un conflitto e sarebbe necessaria una separazione del Paese Basco dalla Spagna in una forma radicale. L’altra metà del Pnv si differenzia perché vede questo processo di separazione più lontano nel tempo e legato a circostanze politiche che attualmente non esistono.
Ha detto che il Pnv strumentalizza l’esistenza dell’Eta. Può spiegare meglio che cosa significa questo?
Sin dalle origini della transizione il Partito nazionale basco fu considerato dalle grandi forze politiche spagnole come l’interlocutore necessario per mettere fine alla violenza nel Paese Basco. Effettivamente all’inizio della transizione, per 4-5 anni, il Pnv svolse questo ruolo. Però lungo tutti questi anni è stata la minaccia violenta dell’Eta che ha offerto al Pnv una capacità di imposizione della propria agenda al governo centrale. Se l’Eta non fosse esistita, il Pnv non avrebbe avuto il peso che ha. La necessità che il Pnv ha dell’Eta è tale che, dopo l’assassinio del consigliere comunale del Partito popolare di Ermua Miguel Angel Blanco nel 1997, assassinio che diede luogo a una grande mobilitazione e al rigetto popolare nel Paese Basco nei confronti dell’Eta, il Pnv si preoccupò per la possibilità di una fine traumatica dell’Eta. Perché questa poteva comportare la fine traumatica di tutto il nazionalismo. Il Pnv non dubitò nell’unire il proprio destino politico al destino dell’Eta.
I baschi che votano il Partito nazionalista cosa pensano in genere dell’Eta e della sua lotta armata?
In un paese di 2,5 milioni di abitanti (includendo la Navarra) in cui ci sono stati 813 assassinati, l’influenza dell’Eta sulla coscienza di tutte le persone è molto sentita, ed è un’influenza perturbatrice. C’è molta gente che non ha alcuna relazione, né di tipo culturale né di tipo affettivo, con il nazionalismo basco ma che vota nazionalista. Queste persone non ammetteranno mai che lo fanno per ragioni di sicurezza, per ragioni di integrazione in questo mondo che è più sicuro. Ci sono quartieri della periferia di San Sebastian dove la maggioranza della popolazione è costituita da immigrati, eppure i nazionalisti vincono largamente le elezioni anche lì.
Come vivono, invece, quelli che hanno fatto il cammino all’incontrario come lei, quelli che hanno abbandonato il nazionalismo per un’altra posizione politica?
In aggiunta a un certo apartheid sociale in un ambito dominato dal nazionalismo, dobbiamo soffrire la minaccia costante dell’Eta. Come può vedere, io vivo sotto scorta, come molti altri nel Paese Basco. È logico che poco a poco le persone nelle mie condizioni finiscano per andarsene da qui. Può essere fra cinque anni, o forse fra venti, non so.
Questo si chiama pessimismo.
Sì, sono pessimista perché in passato la situazione di oppressione della libertà che esisteva nel Paese Basco era un problema basco: ci restava sempre il resto della Spagna. Ora il problema basco si è trasferito dentro alla sinistra, è un problema della sinistra, e pertanto è diventato un problema della Spagna intera. Non potrò mai adattarmi al comportamento di questa sinistra, che accetta la limitazione delle libertà e il ricatto del terrorismo. Diremo anche noi quello che dice Humphrey Bogart in Casablanca: «Ormai ci resta soltanto Parigi». A noi, però, resterà solo il Portogallo, perché il problema basco sarà diventato il problema della Spagna. Per responsabilità della sinistra.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.