Educare o morire
«Si provi un attimo ad immaginare se la carestia di sofferenza perdurasse fino al termine dei secoli. Bisogna certamente credere che forse, e non senza incomprensibili fatti, la sofferenza nello stato dell’anima umana nel corso dei secoli, almeno per quanto riguarda la nostra storia di occidentali, abbia avuto un ruolo da protagonista nella vita culturale e prima di tutto religiosa e artistica. Ovvero non è insolito raffigurarla come intrinseca fonte del malessere dell’uomo, della sua perdita e del suo limite. Il momento catartico del teatro arcaico la individuava nel dolore del fatto circoscritto che racchiude l’eroe e la sua azione, questo dolore o pathos, ha funzione purificatrice. Ora, nonostante che anche il corso del secolo ne abbia mostrato le prove, la sofferenza viene oggi relegata a quegli uomini deboli che sono alla periferia della nostra progressiva società. Un capolavoro nicciano il secolo XX. Gioco curioso di numeri latini. Ma il dolore e la sofferenza sono stati presentati da altri uomini e con buon senso come l’afflizione maggiore che colpisce l’uomo. Come mai l’uomo deve morire, è la stessa domanda che si fa chi viene commosso dalla sofferenza d’un caro. Si può dire che la sofferenza, in qualche modo, implicitamente nel cuore dell’uomo, cela un significato ancor più potente di quello che la vuole espressione sensibile e più grave del nostro limite, la morte. Ovvero: può essere che nonostante tutto quest’uomo che soffre per la sofferenza della moglie; può essere che quest’uomo qui che vede in lei la bellezza più vera, lei che finora l’ha accompagnato; può essere che quest’uomo in sé riconosca alla sofferenza una sorta di fattore unicizzante della realtà, la forma stessa dell’esistenza? Si urla quando si nasce e quando si muore. Grida la madre, grida il bambino, grida il padre chiudendo gli occhi. Insomma la sofferenza è forse qualcosa che va al di là dello star male, la sofferenza non vive la solitudine, mai. e si è sempre almeno in due a soffrire. fin dal momento in cui si nasce. si è in due.
Non è esatto attribuire una natura egoistica alla sofferenza. (Certo il malato è il più grande rompicoglioni che ci possa essere a volte. Certo, il marito può ritenere che la sofferenza per lei sia dovuta solo a quell’egoismo interiore che non vuole vederla mancare.). Può essere che la sofferenza sia più acuta in chi guarda che in chi prova totalmente i suoi effetti. Forse perché l’uomo in qualche modo si conosce, e forse perché l’uomo ancora si ama. E comunque la sofferenza riporta al presente con forza violenta, come le urla d’un bambino lasciato solo, e quindi si potrebbe considerarla grido di qualcos’altro, e chi grida? Insomma dico che la sofferenza ha un carattere purificatore per i greci, per noi un carattere redentore, non portare la croce ma soprattutto guardare a chi la porta, ché portarla è più faticoso. E ora ce la nascondono, la croce. Come per non farci vedere il nostro limite, la morte, e quindi per non farci vedere il presente come deve essere, si soffre per forza e quindi è pure un doppio inganno. Insomma, se si tenta di togliere il limite, che mai scompare, è per rimandare le questioni al futuro, un futuro che non è, che è il nulla».
Questa riflessione non viene da un filosofo, ma è l’appunto di uno studente che frequenta il quinto anno del classico al liceo don Gnocchi di Carate Brianza, scritto in una pausa dell’open day (visitato domenica scorsa da centinaia di famiglie che, come noi, sono rimaste incredule e stupefatte davanti all’impressionante mole di studio, lavoro, riflessione documentati dai lavori degli studenti).
Per mandare i loro figli in queste scuole, oggi le famiglie si dissanguano e, per di più, sono disprezzate. E questo perché con le nostre tasse lo Stato non sostiene altro che la scuola statale e perché cresce nella politica e nell’informazione pubblica la pulsione a rappresentare in modo falso e disonesto ciò che si differenzia dal modello di istruzione unico e uguale per tutti (la demagogia contro la scuola privata). Non c’è che una cosa da dire, onestamente: se in Italia non verrà finalmente favorita una politica a sostegno di un sistema integrato e paritario di scuola pubblica – rappresentato cioè da una varietà di scuole libere, private e statali – dando ai cittadini la libertà di destinare parte del proprio lavoro (cioè delle tasse dovute allo Stato) alla scuola, sia essa statale o privata, state tranquilli che comprenderemo ben presto, sulla nostra pelle personale e sociale, la frase che Gesù disse a alle donne che lo compativano mentre lo portavano al patibolo: «Non piangete su di me, ma piangete sui vostri figli».
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