Educatori italiani in Libano
«La tensione è molto alta, per noi ancora di più dopo l’attentato contro i caschi blu spagnoli dell’Unifil di dieci giorni fa. L’ordigno è esploso proprio nella zona di una sorgente in cui abbiamo in corso un progetto e adesso ovviamente è stato sospeso tutto». Marco Perini, responsabile dell’Ong Avsi in Libano, non nasconde i problemi che affliggono il paese dei cedri, dopo la guerra israeliana dell’anno scorso, le continue tensioni e ora anche l’emergenza profughi in arrivo dall’Iraq. È difficile aiutare a costruire il futuro persone che vivono da trent’anni nella precarietà, nella paura che tutto il complesso equilibrio del paese possa vacillare ancora una volta fino a crollare. «Chi può scappa, soprattutto i giovani», racconta. Presente in Libano dal 1996, Avsi sostiene, in collaborazione con enti locali e organismi internazionali, circa 1.500 bambini, mettendoli in condizione di studiare e di ricevere un’educazione. La guerra dell’anno scorso ha richiesto l’avvio di piani per l’accoglienza degli sfollati e poi, con l’attenuarsi dell’emergenza, di progetti a lungo termine, come quelli per la ripresa delle attività del settore agricolo, fonte di sostentamento di gran parte della popolazione libanese. Si va dai corsi di formazione per agricoltori sulle nuove tecniche di irrigazione e gestione dei terreni, fino a programmi per il passaggio da un’agricoltura tradizionale a quella sostenibile. A fine maggio scorso è stata poi inaugurata una cisterna da 3 milioni di litri d’acqua che a Baalbek, nella valle della Bekaa feudo di Hezbollah, serve per l’approvvigionamento idrico di 150 mila persone, senza far distinzioni tra cristiani e musulmani.
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