Educazione è liberazione
Tutto quello che si fa da studenti rimarrebbe una promessa inevasa, come creare un enorme rudere, se non ci fosse una prospettiva e una conclusione adulta», diceva monsignor Luigi Giussani nel 1967, solo qualche anno prima che il mondo cambiasse e che i giovani si ribellassero ai padri. Oggi, dopo l’11 settembre, si dice che il mondo non è più come prima, ma certi problemi non hanno età. Ha dichiarato Alain Finkielkraut a Tempi: «Col pacifismo l’adolescenza trionfa in tutti i sensi. E questo per me è motivo di inquietudine. L’adolescenza è un’età dogmatica, lirica, fatta di indignazioni stridule; la condizione adulta è l’età delle domande a se stessi, dei problemi, dei dilemmi. Oggi ancora una volta ho l’impressione che gli adulti si siano messi alla scuola degli adolescenti, mentre dovrebbe essere il contrario». Oggi, come allora, occorre vigilare perché quella che fu l’utopia della “liberazione” rischia di riemergere con la parola “pace”. Oggi, come allora, riaffiora un’urgenza educativa affinché la «Fedeltà al reale, che io metto sopra di tutto», come scriveva Charles Peguy ne Il mistero dei santi innocenti, sia l’antitodo all’ideologia accecante.
Formidabili quegli anni?
Giovedì 27 marzo, Milano. L’occasione è la presentazione del libro Comunione e Liberazione – La ripresa (1969-1976), secondo volume (dopo Comunione e Liberazione – Le origini(1954-1968)), dedicato alla storia del movimento ecclesiale fondato e guidato da don Luigi Giussani nei suoi anni più difficili (in molti lo abbandonarono per abbracciare le teorie marxiste) ed eroici (chi rimase pagò, anche fisicamente, la propria scelta). Sono gli anni “formidabili” di Capanna in cui i ciellini sono i «clerico-fascisti, reazionari, al soldo della Dc, del padronato e della Cia». Oltre all’autore, erano presenti in sala Paolo Mieli («io in quegli anni ero dall’altra parte della barricata», dirà presentandosi) e Giancarlo Cesana, protagonista oggi come allora del movimento di don Giussani. Ecco alcune battute estratte dall’incontro.
Cl, il meglio del ‘68
Mieli: «Leggendo il libro ho capito che Comunione e Liberazione (Cl) ha avuto due nascite; quella che vediamo nascere in questo libro è una seconda Cl che ha delle sue particolarità uniche. Nacque dalla crisi, dal fiume messo in moto dal ‘68 ma, invece di rimanere completamente dentro il binario del ’68, a un certo punto, prese una strada propria. Interpretò, coniugò il ’68 nella sua parte migliore, la modernità del ‘68, il modo di comunicare, il modo di rompere gli schemi».
«Il ‘68 fu una cosa abbastanza unica. Un movimento giovanile mondiale fece confluire su di sé tutto l’universo comunicativo. Però, come sempre quando capita di riuscire ad attirare un riflettore, il ‘68 pagò un caro prezzo al proprio narcisismo, all’essere soddisfatto di aver compiuto questa operazione e si inchiodò sulla parte più rigida delle ideologie di provenienza, snaturandosi».
«Quella di Cl è invece una storia molto particolare. C’è una scena bellissima raccontata da questo libro, quando, durante un’assemblea, ai tempi dell’intergruppo, quelli di Cl uscirono per protesta. E i leader del ’68, che erano dietro la scrivania, rimasero sbalorditi, perché si aspettavano l’uscita di una o due persone e invece ne uscirono la metà».
Un attimo prima
Cesana: «Il libro racconta come andarono esattamente quegli anni. Anche Cl corse un rischio ideologico (che potrebbe esserci ancora oggi). Fu solo grazie alla genialità di don Giussani che noi la scampammo».
«Anch’io ero di sinistra, entrai in Cl nel ‘71 perché, mentre lottavo per la giustizia del mondo, mi innamorai di un amore non corrisposto (che ingiustizia!). Che pensare? Esistevano solo due alternative: o io ero sbagliato o il senso della vita veniva da altro. Poi sentii Giussani che non faceva altro che ripetere l’invito evangelico: “vieni e vedi”; “La verità va seguita” diceva. Il metodo di Giussani è sempre stato questo: occorre partire dalla tradizione che ci è stata consegnata, provarla e verificarla. E io, oggi, sono di Cl conservando questo atteggiamento».
«I primi che conobbi di Cl erano una trentina di smandrappati della facoltà di Medicina che avevano il problema di contrapporre la “comunione” alla “rivoluzione”. Quel che non ricorda nessuno è che anche noi ragionavamo come quelli di sinistra, usavamo lo stesso linguaggio, arrivammo anche a pubblicare testi “coreani” (Giovanni Riva, Andare a scuola in Corea, Jaca Book, 1973, ndr)». «Eravamo immersi in quella mentalità come tutti. Ricordo che ai tempi del referendum sul divorzio feci una trentina di assemblee per convincere i “nostri” (i “nostri”, non gli “altri”) che il divorzio era sbagliato! E pensare che gli altri ci chiamavano clerico-fascisti!».
«Una prima svolta viene identificata con il convegno al Palalido di Milano del 1973 (“Nelle università italiane per la liberazione”, 31 marzo 1973, ndr) quando, al termine, il giornalista de Il Giorno, Antonio Airò, disse a don Giussani: “siete riusciti a creare il secondo movimento studentesco”. Ma, secondo me, il vero punto di svolta si ebbe solo con l’Equipe del Clu (Comunione Liberazione Universitari, ndr) del 1976 (30 settembre – 2 ottobre 1976, Riccione, ndr) quando, in un cinema buio, sul palco assieme a Giussani, c’erano vari docenti universitari. L’incontro, per quel che mi ricordo, non fu un granché. A un certo punto, decisi di intervenire e dissi che bisognava essere presenti, rispondere, fare progetti; insomma, che bisognava! Giussani si svegliò di soprassalto, come se prima non avesse quasi ascoltato, e disse: “No! Si decide tutto un attimo prima, perché quello che vale è la tua vita decisa per Cristo”. E di seguito aggiunse: “Ma a voi di Cristo non ve ne frega niente”. Ecco, quello fu il vero inizio, lì fu posto il nocciolo della questione».
Liberazione e comunione
Mieli: «Comunione e Liberazione, queste sono le due parole chiave. Comunione e Liberazione che cos’è? In principio era la “liberazione”. La questione era arrivare alla “liberazione” dai mali del mondo rimanendo nell’alveo del grande movimento del ’68. Un grande movimento che si batteva per la liberazione dai mali del mondo. Ma questa esperienza era stata infettata dalle ideologie e, man mano, perdeva di vista che cosa si poteva fare di pratico, di effettivo per liberare i mali del mondo. Anzi, faceva sì che potessero continuare a vivere i mali del mondo senza accorgersene».
«Quindi in principio era la “liberazione”. La vera novità fu l’introduzione della parola “comunione”. È “comunione” la parte importante di questo binomio, è “comunione” la scintilla che ha staccato Cl da un corso, da un flusso che è finito in un vicolo cieco, che non è finito da nessuna parte, e che ha permesso a questo movimento di vivere per una stagione dentro quel fiume e poi prendere un percorso proprio».
Ieri liberazione, oggi pace
Mieli: «Oggi mi chiedete se siamo di nuovo lì. Lo strepitoso interesse di questo libro è che si capiscono degli avvenimenti contemporanei. E, secondo la mia lettura, anche che cosa si deve fare adesso. Adesso! Che ci troviamo con la parola “pace” al posto di “liberazione”. È il momento di ricominciare e inserire la parola “comunione” al fianco della parola “pace”. Se dovessi ripercorrere, adattandola all’oggi, la storia raccontata in questo libro, direi che mi auguro che oggi noi (noi tutti, non mi sottraggo, non sono come allora dall’altra parte) riusciamo a inserire in quello che rischia di essere un grande fiume in piena ideologico, riusciamo a ripresentare quello che per voi è Cristo, quello che per voi è la “comunione” (e che per me sarà altro). Ripresentiamo, dunque, qualcosa che non ci trascini come quel fiume in piena di trenta anni fa che, come allora non ottenne la liberazione, così oggi provocherebbe il rifacimento di una nuova ideologia. Che, come sempre o come spesso accade per le ideologie, rischia di portare a effetti che sono contrari a quelli voluti nella parola iniziale: liberazione allora, pace adesso. È ora, proprio nel momento della piena del fiume, di fermarsi a riflettere, tenere il punto della pace, dell’autentica ispirazione alla pace».
Nuovo inizio
Mieli: «Leggete questo libro pensando a quello che succede in questi giorni e vedrete che c’è nascosto un messaggio. Io l’ho avvertito in questo “nuovo inizio”. Non è un fatto che riguarda la storia lontana di Cl ma un avvenimento che si deve riprodurre sempre o comunque nelle tappe fondamentali della vita di un movimento cristiano e questa, come è evidente, è una di quelle tappe fondamentali».
Il più sano di noi ha la rogna
Cesana: «Il problema del male è la negazione del senso, cioè del rapporto. E il problema della vita è se c’è qualcosa di positivo. Il problema del pacifismo è che non sa indicare il fattore positivo (cioè Cristo, come invece fa il Papa, che è l’unica speranza sul male). La questione è se esiste qualcuno capace di vincere il male».
«Noi siamo malati come tutti; “il più sano di noi ha la rogna”. Infatti, anche fra noi la comunione è impossibile. È un miracolo che i nostri difetti non vincano questo positivo. Noi siamo incasinati come tutti ma, c’è questo “ma”, siamo assieme».
Cl, gruppo combattivo
Mieli: «L’atteggiamento che ho oggi rispetto agli anni Settanta non è solo un rammarico per l’intolleranza, ma qualcosa di più profondo. È il non aver capito la vitalità di un movimento che, unico o tra i pochissimi, ha saputo mantenere e far vivere un rapporto dinamico tra lo stare insieme e il produrre sentimenti, emozioni, idee, punti di vista, modi liberi di confrontarsi tra loro, di guardare il presente, di ridiscutere il passato e di battersi per questo. Mentre, purtroppo, lo stesso non si può dire dell’altra parte. Il modo di combattere di Cl non è mai stato con le mazze, con le spranghe, con le botte; non ricordo nessun episodio “aggressivo” di Cl, però ricordo Comunione e Liberazione (ne ho un ricordo al passato, al presente, mi auguro al futuro) come un gruppo molto combattivo e capace di andare a cornate su questioni ideali e di valore profondo».
Pacifisti e “Comunione e pace”
Mieli: «Io sono molto perplesso se non contrario alla guerra. Temo l’ideologia che è dietro al conflitto, ma non mi piace (a volte ne ho orrore) il movimento che si contrappone a questa guerra».
«Mi aspetto che la parte di “comunione” (quella comunione che dà il senso a tutto) sia fatta vivere in un rapporto dinamico con l’ambiente in cui Cl è collocata: il mondo cristiano, la Chiesa cattolica. Occorre stare dall’altra parte delle iniziative militari ma facendo valere un punto di vista che può essere fortemente ostile a coloro che ci si trova a fianco, denunciandone ogni menzogna e ogni bugia. Io è questa la Comunione e Liberazione che ho imparato prima a rispettare e poi ad amare e, in un certo senso, a sentirmi fuso con essa. Vi dico che questa prova da affrontare può essere la più difficile della vita di questo momento. Sono giorni in cui trovare le parole giuste, esprimere i concetti giusti, spiegare in che senso ci si distacca da quel fiume, si costruisce un proprio letto, è molto complicato. Sentite la pressione delle acque che premono, ma c’è qualcosa che non va. È venuto il momento di ritornare allo scoperto e di impegnarsi su due o tre questioni simboliche, quello che oggi chiamerei, scherzosamente, Comunione e Pace. Che cos’è Comunione e Liberazione e Pace? Voglio capirlo bene e non chiedo a voi di spiegarlo a me, sto chiedendo in questi giorni a me di spiegarlo agli altri (tra l’altro a me tocca farlo ogni giorno, speriamo che venga fuori al più presto)».
Sono per la pace e mi chiamano guerrafondaio
Cesana: «La salvezza del mondo non viene dal progetto, come pensò certa Dc, ma dal segno che è la comunione che è segno di Cristo. Il problema che si pone è, dunque, l’educazione cioè aiutare la libertà a scoprire il vero di sé. Noi dobbiamo capire cosa siamo, innanzitutto, noi. Io sono pacifista, ma quando lo dico agli altri si stupiscono perché pensano che io sia un guerrafondaio».
Il momento è adesso
Mieli: «Avverti la differenza perché siamo tornati al punto di origine, siamo tornati al punto di partenza, ci siamo di nuovo. Io insisto, leggete questo libro, capirete che siamo di nuovo lì, a quegli anni tra il ‘68 e il ‘72. Prima ce ne rendiamo conto, meglio è. Don Giussani capì da solo e ci fu un certo ritardo di Cl a rimettersi in pista; le date parlano da sé, voi vedete che la data vera è il ‘68 e l’epicentro è il ‘72-’73. Ci sono quattro anni, quattro anni sono tanti. Non sempre c’è una fonte di energia spirituale come fu don Giussani e quattro anni da perdere nel bailamme complessivo. Vi dico che il momento è adesso, il momento di una ripresa forte come le stagioni eroiche raccontate in questo libro, è ora».
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