Egocentrismi dell’altro mondo
Parigi
In Italia gli strascichi delle istanze pacifiste e altermondialiste che loro portano in piazza fanno cadere rovinosamente il governo Prodi. In Francia la loro marcia verso un “nuovo mondo possibile” appare sempre più scandita dal disprezzo delle più elementari regole della democrazia. Sono i cosiddetti “no global” e Oltralpe ci si inizia a domandare se la loro azione sia l’espressione di un’esigenza collettiva o piuttosto quella di un egotismo devastante per la comunità. Non ha dubbi la giornalista Isabelle Saporta, autrice di un pamphlet che individua nell’egocentrismo il cancro che divora l’alterpolitica. «Narcisismo, ripiegamento su di sé, atonia, estinzione del desiderio, onanismo: le immagini psicologiche non mancherebbero per descrivere questa patologia dell’illusione che transita tra disperazione e buffoneria», si legge nel libello Un si joli petit monde. «La ferma volontà di voler controllare tutto – continua Isabelle Saporta -, la radicalizzazione estrema dell’individualismo, la consacrazione allucinata dell’Io divorano dall’interno l’alterpolitica. Fine del gruppo, avvenimento dell’ego».
A sostenere le perplessità circa l’incompatibilità dell’altermondialismo francese con la democrazia alcuni recenti episodi, che hanno visto protagonisti i movimenti antiliberali e alcuni dei loro leader. Prendiamo José Bové, quella sorta di Asterix dell’agricoltura condannato a quattro mesi di carcere il 7 febbraio per aver distrutto un campo di mais transgenico. Pochi giorni prima il giustiziere degli Organismi geneticamente modificati (Ogm) si era ufficialmente dichiarato candidato alle presidenziali di aprile, assumendo da subito la postura del martire. «Se vado in prigione è con la testa alta, per essermi battuto per la democrazia, per il diritto dei francesi che all’80 per cento rifiutano gli Ogm». In realtà si saprà tra qualche mese se Bové finirà davvero in prigione.
Il baffuto leader altermondialista si giustifica affermando di voler difendere la democrazia e l’interesse comune. In un precedente processo in cui fu condannato, tentò una difesa a dir poco rocambolesca affermando che la sua azione, pur essendo illegale, era legittima, perché le piantine di riso che aveva distrutto rappresentavano «una minaccia» per le agricolture povere dell’emisfero Sud al quale erano destinate. Nel corso del procedimento venne invece dimostrato che le piantine di riso distrutte, risultato di anni di ricerche finanziate col denaro della collettività, erano resistenti ai climi torridi e avevano come obbiettivo proprio quello di soddisfare le necessità degli agricoltori dei paesi del Sud del mondo.
Lo stesso Bové che oggi dice di voler aggregare attorno alla sua candidatura all’Eliseo la «sinistra della trasformazione» – che poi è quel movimento antiliberale aggregatosi nel maggio del 2005 durante la campagna contro il Trattato costituzionale europeo -, il 23 novembre dell’anno scorso aveva ritirato la sua candidatura all’elezione con la quale i collettivi, espressione del movimento, avrebbero dovuto scegliere il loro candidato. Bové spiegò la sua rinuncia accusando in particolare il Partito comunista di essere responsabile della «rottura della dinamica unitaria», avendo spinto i suoi militanti a creare dei collettivi o ad infiltrare in modo massiccio quelli già esistenti riducendo così l’elezione interna a una pagliacciata.
Tra brogli e magagne
La manovra dei comunisti è effettivamente riuscita, perché a dicembre i collettivi hanno eletto come candidato unitario degli antiliberali il segretario del Partito comunista Marie-George Buffet che però, visto il metodo, non è stata accettata dagli altri componenti della galassia no global e quindi è sostenuta solamente dai militanti del suo partito. Quanto a Bové, rinunciando alla candidatura aveva affermato che un suo ripensamento sarebbe stato possibile solo nell’eventualità di avvenimenti eclatanti. Quei cambiamenti non ci sono stati e così ha deciso che per tornare in pista bastavano le 10 mila firme di sostegno ottenute su internet.
Un posto di rilievo, in questo teatrino altermondialista d’Oltralpe in cui tutti sono unitari ma ciascuno per conto suo e in cui il libero voto democratico perde il suo significato, occupano le vicende riguardanti l’associazione Attac. Dotata anche di una “filiale” italiana (ora impegnata contro il fascismo e contro la base americana di Vicenza), essa dice di voler fondare la sua iniziativa sull’«educazione popolare» per essere così «una forza di proposte alternative» in vista dell’«avvenimento di un altro mondo, più giusto e solidale». Peccato che nel giugno dello scorso anno le elezioni per il rinnovo del Consiglio di amministrazione siano state teatro di significative frodi elettorali, accertate da una commissione di esperti. Jacques Nikonoff, già sindacalista della Cgt (la Cgil francese) e membro del Comitato centrale del Partito comunista, eletto in una elezione irregolare, si è visto alla fine costretto a rassegnare le dimissioni. E nelle nuove elezioni, in dicembre, hanno trionfato i suoi avversari.
Forme di organizzazione confuse e imbarazzo nei confronti dei partiti di riferimento sono ingredienti che non mancano anche nel mondo antagonista di casa nostra. Alla vigilia della manifestazione contro la base Usa, quando Prodi sedeva ancora – ovviamente sereno – a Palazzo Chigi, Luca Casarini ricordava su Liberazione la stagione della disobbedienza: «Mi pare che tutti quelli che ho conosciuto allora non sognino più». E come dargli torto. Certi compagni di viaggio dei tempi del G8 di Genova e del Social Forum di Firenze sono ora forza di governo. Il Bertinotti con cui lo stesso Casarini parlava dei sogni zapatisti è la terza carica dello Stato. Vittorio Agnoletto è niente meno che europarlamentare. Francesco Caruso siede in Parlamento. Nella stessa intervista il leader dei centri sociali del Nord-est diffidava i sottosegretari dallo striscione facile: «Se sono contro la base devono farlo valere dentro il consiglio dei ministri. È inutile che vengano in piazza a dire una cosa e poi si allineano tutti a Palazzo Chigi».
Per dirla di nuovo con le parole della Saporte, «Gli “alters” vogliono fare numero, vogliono credere al “collettivo”, vogliono far credere alla “moltitudine”. Ma sono soli, ben soli in verità. Uno, più uno, più uno.».
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