Elogio del magnate dei media che invita alla prudenza nell’uso degli stessi

Non è banale che Bill Gates, che grazie ai computer è diventato l’uomo più ricco del mondo, dichiari pubblicamente di concedere ai figli non più di 45 minuti al giorno per giocare coi computer. Così come non è banale che Silvio Berlusconi, grande proprietario di televisioni private in Italia e in altri paesi, abbia fatto tre figli con una signora che ritiene opportuno limitare il tempo che i giovani trascorrono di fronte alla tv, e che ha messo al mondo il suo ultimogenito in una sobria clinica svizzera steineriana, piena di riproduzioni di Madonne di Raffaello, ma del tutto priva di televisioni. Sono posizioni diverse nei toni. Più esplicita quella di Bill Gates, secondo la tradizione americana di pubblicizzare l’impegno civile, che laggiù diventa un elemento positivo dell’immagine e della stessa impresa. Più ambigua quella di Berlusconi, più vicina al costume italiano, dove non è così sicuro che l’impegno etico-sociale serva, neppure all’immagine. Nella sostanza, però, dicono la stessa cosa. Vale a dire: badate che i grandi strumenti della società della comunicazione vanno usati con attenzione. Qualità che deve essere sviluppata già a partire dall’educazione dei figli, e dallo stile di comunicazione della famiglia.
È dunque (in gran parte) falsa la rappresentazione del grande capitalismo dell’informazione come un cieco predatore, di-sposto a distruggere la società pur di far soldi. Atteggiamento, del resto, contrario alla natura del capitalismo stesso, sempre (più o meno) attento a non distruggere, anzi a sviluppare, la società, cui sono legate le sue fortune. Il richiamo alla cautela da parte dei grandi produttori dei nuovi strumenti informativi rende però più evidente la carenza da parte di chi avrebbe il compito di insegnare a usare media, computer e, in genere, tutti i nuovi strumenti di comunicazione: i responsabili dell’educazione e della cultura.
Computer e televisione non sono solo beni di consumo, come li descrive la sinistra “che ha sbagliato secolo” (così dicono i suoi aderenti più accorti). Sono strumenti centrali nella formazione delle persone e nel loro sviluppo culturale e professionale. Come “il caimano” aveva più volte ripetuto e Letizia Moratti cercato di realizzare con il molto criticato insistere su internet e inglese nelle scuole. Questa cultura dell’attenzione a potenzialità e rischi dei nuovi strumenti di comunicazione è poi naufragata nel provincialismo della gestione prodiana della scuola. Dove i telefonini diventano soprattutto veicoli di immagini pornografiche, anche perché nessuno spiega ai ragazzi che possono essere tante altre cose, da strumenti per la ricezione di informazioni a macchine per la creazione di immagini e produzioni creative. Tutto questo, che sfugge completamente a gran parte dei politici, non viene riconosciuto, quindi, neppure in una buona fetta delle famiglie. Invece sulla conoscenza delle potenzialità e dei rischi dei nuovi strumenti informativi si gioca lo sviluppo dei nostri figli. Ricordiamocene.
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