Epifania di una crisi
La crisi in casa Cgil è diventata “tregua armata”. Da almeno cinque mesi, i rapporti tra il segretario Guglielmo Epifani e in particolare la Fiom si sono fatti più che tesi. Motivo del contendere: la linea “morbida” che il sindacato sta mantenendo con il governo Prodi. Dopo cinque anni di “lotta alla precarietà” e “no a qualsiasi aumento dell’età pensionabile” contro il governo Berlusconi, Epifani ha salutato la vittoria del centrosinistra ricordando che «la Cgil non ha governi amici». Applaudendo, subito dopo, a una Finanziaria che scontenta tutti, e firmando l’accordo sul Tfr e il memorandum d’intesa sulla riforma previdenziale.
E poi c’è Leonardo. Ha 42 anni, iscritto da 11 alla Cgil, lavora presso un’azienda alimentare di Gallarate (Va) ed è componente della rsu aziendale. A Tempi chiarisce che «se questa Finanziaria, esattamente questa, fosse stata preparata da Berlusconi, in questi sei mesi saremmo già scesi in piazza tre o quattro volte. è inutile che Epifani continui a dire che la Cgil non si fa condizionare. Siamo succubi della politica del governo. Anche a livello locale la situazione è deprimente. Dopo la presentazione della Finanziaria i direttivi di categoria non sono stati neppure riuniti per discutere, non dico per organizzare scioperi, ma neanche per affrontare una riflessione. Io sono vicino al punto di rottura. Alle dimissioni da delegato e da iscritto».
Francesco è invece un turnista di un’azienda di elettrodomestici dell’hinterland milanese. Ha 52 anni e da venti lavora nella stessa fabbrica. Iscritto Cgil di lungo corso, non ha perso uno sciopero contro Berlusconi. Dice che Rinaldini e Cremaschi esagerano. Ripete le frasi di Epifani sul Tfr. Solo sulla Finanziaria si scompone: «Non posso giurare che avrò il portafoglio più pieno dopo questa manovra. Ecco, sui ticket, l’aumento dei bolli e sulle spese militari, forse siamo stati un po’ troppo silenziosi». Quando gli si dice che un membro della segreteria nazionale ha appena accennato, in un comitato regionale di categoria, alla possibilità di inserire nella riforma previdenziale un disincentivo per limitare l’uscita dal mondo del lavoro, Francesco manda al diavolo la fedeltà: «Se toccano le pensioni e la Cgil non si oppone, mi iscrivo ai Cobas».
E c’è anche Maddalena, ventiseienne ligure commessa in un supermercato. è da poco iscritta al sindacato, eletta delegata quasi a sorpresa. Non sa chi sono Cremaschi e Rinaldini, ma sulla Finanziaria ha le idee chiare: «Non si può far finta che i provvedimenti sulla scuola e sugli enti locali non siano da contestare a gran voce. Alle assemblee i funzionari parlano solo di Berlusconi, di ciò che ha fatto e che voleva fare. Una sola volta ho preso la parola e ho chiesto: lo sapete che al governo non c’è più il Cavaliere?».
Infine, Mario e Marta, marito e moglie cigiellini che lavorano nella stessa azienda tessile del Biellese. Lui è un iscritto di Rifondazione, lei una cattolica che non vota da che è scomparsa la Dc. Il delegato di fabbrica è lui, ma la vera rivoluzionaria è Marta. Ha letto tutto sulla riforma del Tfr. Dice che come iscritta si senta offesa per dover subire una scelta forzata: «Piuttosto che, lasciare che qualcuno scelga per me, aderisco ad un fondo privato. Ma dovè la democrazia?». Mario, in silenzio, continua ad annuire.
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