Eppure esistono

Di Emanuele Boffi
30 Novembre 2006
Sono i "genitori d'azzardo", che beffano statistiche e mode. Sono poveri, precari e napoletani. Ma non sono "child free"

Secondo le premesse date, i genitori d’azzardo non dovrebbero esistere. Non dovrebbero aggirarsi fra i vivi per il semplice fatto che hanno contro tutti i numeri e le statistiche: da quelli elaborati a livello europeo e presentati il mese scorso a Roma dall’europarlamentare Roberta Angelilli secondo cui entro il 2050 nell’Europa dei 25 saremo 11 milioni in meno. A quelli esibiti dall’indagine Iard secondo cui il tasso di nuzialità dei 20-24enni italiani è più che dimezzato dal 1983 al 2004 passando dal 20 all’8 per cento. A quelli presentati dal rapporto Eures sull’Italia che ha calcolato in quattro minuti il gap tra un divorzio e l’altro.
E se non dovessero bastare i numeri a dar prova concreta dell’inammissibilità statistica dei genitori d’azzardo, ecco allora in soccorso il racconto delle nuove tendenze elencate dal settimanale Newsweek: in Gran Bretagna cresce il mercato di libri come Child-Free and Loving It della giornalista Nicki Defago. La Honda progetta auto con la nicchia porta-cane anziché con il sedile porta-bambini. In Italia il resort “La Veduta” attira la propria clientela con la promessa che «la vostra vacanza non sarà disturbata dagli schiamazzi dei bambini». E se ancora tutto ciò non dovesse convincere, ecco allora in aiuto la dichiarazione trionfale del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad che, dopo anni in cui lo Stato iraniano ha predicato il contenimento delle nascite, ora ha invitato i connazionali a figliare il più possibile contro il frigido Occidente: «Per poterli dominare». Dunque, secondo le premesse date, i genitori d’azzardo non dovrebbero permettersi di esistere né in Occidente, né in Europa né in Italia. E invece esistono, sono tutti precari e abitano a Napoli.

«Meglio loro di noi sociologi»
Il merito di aver scovato questi fossili viventi nell’era paleozoica del Duemila è di un giovane ricercatore, Luca Salmieri, che insegna Sociologia dei processi culturali alla Facoltà di Sociologia dell’università di Roma. Salmieri ha dato recentemente alle stampe Coppie flessibili (Il Mulino) in cui riporta i risultati di una ricerca condotta nel suo paese natale su 163 coppie delle più svariate specie: sposati con o senza figli, non sposati con o senza figli, che abitano sotto lo stesso tetto o da soli o a casa dei genitori. Dice Salmieri a Tempi che «certamente il campione è modesto e bisogna andarci cauti prima di aprirlo a considerazioni più generali». Tuttavia «sto lavorando con un’equipe su altre cinque città italiane (Milano, Torino, Roma, Catania e, appunto, Napoli) e posso assicurare che le conclusioni cui stiamo giungendo sono le medesime del mio studio». La novità dell’approccio del professore consiste nell’aver indagato un territorio quasi inesplorato. E cioè quali siano le scelte esistenziali ed economiche che le coppie, in cui entrambi o solo uno dei due non abbiano la garanzia di un’occupazione stabile, compiono nel corso della relazione. Così Salmieri le ha raccontate in un libro che ha il pregio di riportare le parole vive degli intervistati, «anche perché – spiega – spesso riescono a dire meglio loro di tante nostre spiegazioni sociologiche».

Case senza riscaldamento
In una città dove il livello di disoccupazione tra i 15-24enni è del 65 per cento e tra i 25-29enni del 53 per cento, Salmieri ha rintracciato due categorie di giovani lavoratori che così descrive: ci sono i genitori programmatori che «di fronte alle perturbazioni della vita lavorativa hanno contrapposto il desiderio di avere un figlio e da quel momento hanno cominciato ad analizzare i pro e i contro, i calendari, i momenti più opportuni e la riorganizzazione della vita di coppia e professionale che ne poteva derivare». E poi quelli che «sono andati e vanno avanti a occhi chiusi. Sono i “genitori d’azzardo”. Non si sono posti troppe domande e hanno evitato dubbi e incertezze con lo slancio del fatto già compiuto. I genitori d’azzardo agirebbero senza tornaconti immediati, decidono di fare un figlio senza calcolare né i costi né i vantaggi economici e personali». Gli uni e gli altri vivono nell’incertezza perpetua di stipendi variabili.
«Un mese ti pagano, l’altro no. Io mi sono dovuto regolare così: ogni volta che mi pagano mi faccio dire con certezza se il mese prossimo ci saranno i soldi» (ragioniere in una ditta edile, 36 anni).
Il campione analizzato da Salmieri vive sulla soglia della povertà. Il rischio di caderci è tangibile. Solo il 5 per cento delle coppie intervistate possiede una lavastoviglie, contro il 20 per cento delle famiglie del Mezzogiorno. Solo la metà ha un videoregistratore (70 per cento in tutto il Meridione). Per il tempo libero spendono appena il 3,5 per cento del loro budget (contro il 4,4 registrato per la famiglie del Mezzogiorno). Il 40 per cento non ha un impianto di riscaldamento per l’abitazione, mentre nell’intero Sud questa quota è ferma al 13 per cento.
«Senza una busta paga nessuno voleva darci in fitto l’appartamento. All’inizio eravamo dubbiosi sulla capacità di arrivare a fine mese con il fitto, le bollette e le altre spese da pagare. In effetti quando mi pagano lo stipendio con ritardo, devo chiedere un prestito ai miei. La lavatrice abbiamo deciso di non comprarla: quando posso, porto la roba dalla madre della mia compagna» (collaboratore, impiegato in una compagnia di navigazione, 34 anni).

La chiamo al call-center
La precarietà delle coppie flessibili non è solo lavorativa, è esistenziale. Diventa difficile stare assieme, anche solo per vedere un film alla televisione. Il cinema, il ristorante, la discoteca sono lussi. Si mangia in luoghi differenti e non solo a pranzo, ma spesso anche a cena. Il weekend niente scampagnata fuoriporta, si lavora. E la sera, quando si rientra a casa, ci si dedica alla rassettamento o al bucato in orari improbabili, «spesso dopo la mezzanotte». L’alternativa, per i più mattinieri, è la cura dell’abitazione «nelle prime ore del mattino, all’alba».
«Il guaio è che lei ha sempre i turni dalle 18.00 alle 24.00. La mattina io esco presto per andare al lavoro. Se tutto va bene ci metto almeno un’ora per arrivare al magazzino. Quindi mi alzo alle sei del mattino, quando mia moglie dorme ancora. Le poche volte che riesco a smontare alle 17.00-17.30, traffico permettendo, arrivo a casa alle 19.00. Mia moglie è già andata via da un pezzo. Allora per sentire come va, le telefono. Però è difficile parlare con lei. Al call-center non vogliono che tenga il cellulare acceso» (collaboratore, 29 anni sposato, un figlio).
La labilità della condizione, il puzzle temporale cui le coppie sono costrette a sottoporsi tocca tutti gli aspetti della vita, anche quello dell’intimità con simpatiche ricadute in situazioni grottesche.
«La sera siamo molto stanchi. Con questi orari sballati a volte mi devo inventare situazioni ridicole, assurde. Di tanto in tanto ci vediamo in pausa pranzo dai suoi, se loro non ci sono. A volte quando incontro mia suocera arrossisco perché lei mi chiede se siamo stati a casa sua in settimana. Ovviamente non sa perché siamo passati a casa sua» (impiegato, 34 anni, 1 figlio).
Eppure. Eppure i genitori d’azzardo esistono. «Devo dire – precisa Salmieri – che tutte le coppie desiderano avere un figlio. Un bambino è sinonimo di stabilità e tutti gli intervistati sono consci che l’averlo coincide con un salto di qualità e di responsabilità nel rapporto». E, sebbene l’autore annoti che le coppie flessibili rispetto alla procreazione siano spesso titubanti («Se non me la cavo con me stesso, come posso cavarmela con un figlio?»), tuttavia molti decidono di allentare il morso e far saltare il cavallo oltre l’ostacolo. L’instabilità lavorativa è un freno, eppure, anche di fronte a questa incertezza, «alcune coppie mettono al mondo un bambino, costruendo proprio intorno al nuovo nato il riferimento meno instabile per l’identità dei soggetti che diventano genitori. è l’arrivo del primo figlio a sancire l’irreversibilità del legame tra i partner».

Ingegno napoletano
Non che i problemi spariscano. C’è il lavoratore 27enne che si lamenta del fatto che «quando la mia ditta avrà finito di posare i tubi, io avrò finito di lavorare. Se prendo un altro lavoro, chissà in quale parte d’Italia sarà. Io non mi posso muovere: ho una moglie e due figlie piccole». C’è il web-designer di 31 anni che fa per necessità sei-sette lavori al mese e che a volte «sull’onda dell’entusiasmo ne prendo cinque a volta. Poi però finisce che lavoro pure di notte. Quando sono a casa, la mia ragazza dice che sono pazzo e che, prima o poi, mi ammalerò al fegato». C’è il collaboratore pubblicitario di 31 anni che non può permettersi di rifiutare: «Accetto tutte le proposte e poi bestemmio perché in due settimane dormo solo quattro ore a notte».
«Adesso che faccio l’installatore di citofoni le cose vanno benino. La paga è buona e si riesce pure di risparmiare qualcosa. Però sul foglio [contratto] c’è scritto che a luglio prossimo mi mandano a casa. Veramente ce lo hanno detto dal primo giorno che speranze non c’erano. Che devo fare?» (operaio generico, 26 anni).
Tuttavia, grazie soprattutto al sostegno della famiglia d’origine, anche le coppie flessibili sbarcano il lunario. «Questa rete di relazioni – nota Salmieri – è proprio la caratteristica principale della società italiana. Lo Stato non basta, soprattutto per i più poveri. Se non ci fosse questa solidarietà tra i componenti della famiglia, i più giovani non potrebbero mai iniziare una nuova vita».
«Io non mi compro un vestito da almeno due anni. Per fortuna i miei suoceri ci aiutano e molte volte pagano loro le bollette della luce, acqua e gas. Io ho un cellulare. Lo uso pochissimo e lo ricarico solo quando ho un po’ di soldi in più» (magazziniere, 25 anni, sposato, 2 figli).
Dove non giunge il sostegno arriva l’ingegno napoletano.
«Quando non ce la faccio a pagare l’affitto, devo chiedere un prestito a mio fratello. A volte la bolletta dell’acqua non la pago, tanto l’acqua non te la levano» (operaio, 23 anni, sposato senza figli).
Nella società dell’incertezza lavorativa, la vita è un work in progress. O, più prosaicamente, «un inferno» come dichiara un collaboratore di 33 anni. Ma nei gironi infernali c’è chi ha optato per scelte all’apparenza autolesionistiche. Scrive Salmieri: «Le coppie flessibili con due figli appartengono al gruppo dei genitori d’azzardo. In questo caso hanno fatto una doppia scommessa: al primo figlio ne hanno fatto seguire subito un secondo, convinti che sarebbe stato meglio non distanziare troppo le nascite». Hanno pensato che si può vivere anche trattando e rinegoziando in continuazione i programmi che si erano fatti la mattina. Hanno ritenuto più proficuo intendere la vita come un’avventura piuttosto che come il tabulato dell’arrivo dei treni, che poi, si sa, spesso ritardano.
Scive Salmieri: «I programmatori si convincono che sia possibile pianificare i tempi e le modalità per essere il più vicino possibile al bambino e seguirne le crescita. Così facendo, però, trascurano il fatto che la realtà quotidiana abbonda di complicazioni; ne segue un senso di frustrazione dovuto al desiderio inevaso di trascorrere più tempo con il proprio figlio, di incidere di più sulla sua crescita e sui suoi interessi». Viceversa, in quelli che azzardano, si può invece rintracciare il segno di un affidamento. Forse a un futuro che appare indistinto e nebuloso, ma comunque percepito come casualmente provvidenziale, e che non sarà certo un co.co.pro a rovinare. «I genitori d’azzardo seguono di volta in volta ciò che il buon senso suggerisce, lasciando spazio all’improvvisazione e alla sperimentazione, imparando ad essere genitori dagli errori e dalla casualità».

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