Europa debole di Costituzione
«Una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta». La bozza di Costituzione Europea prodotta dalla Conven-zione esige che questa immaginata entità abbia un ministro degli Esteri ed una politica e capacità di difesa comuni, ma è scritta in una Babele di 11 – fra poco 21 – dialetti, la cui gloriosa bio-diversità darwiniana indica che sono ben lontani da essere mutuamente comprensibili. Certo, il ministero degli Esteri britannico ha ammesso che la traduzione ufficiale in inglese, dall’originale francese di Giscard “Diamanti” d’Estaing, risulta incomprensibile in alcune parti e la sua frase iniziale di 268 parole – che finisce in una parentesi quadra seguita da due punti – non può considerarsi la versione finale della traduzione di un madrelingua, sia per le sue cadenze con cadute di tono stonate che per le scelte spesso sbagliate fra le 500.000 parole del vocabolario inglese. Un sinonimo infatti non ha l’identico significato della parola cui si riferisce. Anche usando, per esempio, un vocabolario di inglese, “Mercato comune” può facilmente diventare “volgare Bazaar”. Più seriamente, le traduzioni possono assumere significati radicalmente diversi, come dimostra il caso della Risoluzione 242 delle Nazioni Unite. Che Israele debba restituire tutti o parte dei “territori occupati” nel 1967 dipende dal fatto che si legga la versione francese o quella inglese.
GEORGE ORWELL AVEVA CAPITO TUTTO
Applicare la Costituzione europea in base ad una traduzione linguistica potrebbe avere gli stessi risultati che seguire la versione inglese delle istruzioni per montare una libreria di produzione coreana. Ma è anche emblematico del fatto che è la mente, non la lingua, ad essere realmente responsabile di tutte le ambiguità, le illusioni e quindi delle visioni intenzionalmente confuse, che sono forse necessarie a immaginare l’intero sogno europeo. Bisognerebbe comunque esigere che l’articolo “La politica e la lingua inglese” scritto da George Orwell nel 1946 fosse una lettura obbligatoria sia per il “produttore”che per il “consumatore” di questa bozza di Costituzione.
«Il linguaggio diventa brutto e impreciso perché i nostri pensieri sono stupidi, ma la trasandatezza del nostro linguaggio ci rende più facile avere pensieri stupidi. Il punto sta nella reversibilità del processo». «La prosa consiste sempre meno di parole scelte per amore del loro significato, e sempre più di frasi attaccate insieme come parti di un pollaio prefabbricato». «Uno scrittore scrupoloso, in ogni frase che scrive si porrà almeno quattro domande, e cioè: “Cosa sto cercando di dire? Quali parole lo esprimeranno? Quale immagine o idioma lo renderà più chiaro? Ha questa immagine abbastanza freschezza da produrre effetto?”. E probabilmente si chiederà altre due cose: “Potrei dirlo con meno parole? Ho detto qualcosa di brutto che si potrebbe evitare?”. Ma non occorre farsi tutti questi problemi. Si possono evitare semplicemente lasciando aperta la mente e lasciando che le frasi fatte entrino e la popolino. Esse costruiranno le frasi al vostro posto – in una certa misura penseranno al vostro posto – e all’occorrenza adempiranno all’importante compito di nascondere in parte anche a voi stessi quel che volete dire. È a questo punto che la speciale connessione fra la politica ed il degrado della lingua diventa chiara».
Gli estensori della Costituzione dell’Unione europea non hanno trovato una lingua in grado di incapsulare la loro “Utopia” e così hanno sviluppato il loro gergo di frasi fatte, di neologismi e “pensieri”, a cui verrà conferita, come all’Unione stessa, una «personalità legale» (sic). Il vocabolario fornito dal sito Web della Convenzione mi lascia perlomeno confuso di fronte a codecision procedure (procedura di codecisione), comitilogy (comitilogia), community aquis (aquis comunitario), community bridge (ponte comunitario), community method (metodo comunitario) e principle of communitisation (principio di comunitarizzazione). Sono più chiari in italiano o nelle altre nove lingue? In nome dell’eurolinguaggio, cos’è un “principo di conferimento”? E ancora, come potremo sapere che “una posizione comune” è stata raggiunta, e come una “più stretta cooperazione”, di nuovo usato come termine tecnico, rende il raggiungimento di una “posizione comune” non un avvenimento stabilito una volta per tutte ma un processo continuo? Dove possiamo capire le parole, visto che abbiamo di fronte dei clichés e ciance apparentemente benevole? Abbiamo un epigramma di Tucidide, un’invocazione «delle civiltà greca e romana» e delle «correnti filosofiche dell’illuminismo» (che cosa avrebbe fatto Adam Smith del Mercato Sociale obbligatorio?). I valori sono «il rispetto per la dignità umana, la libertà, la democrazia, lo stato di diritto ed il rispetto dei diritti umani». Gli obiettivi sono che «l’Unione difenderà i propri valori e interessi» e con meno del 2% del Pil di spesa per la difesa «questi obiettivi saranno perseguiti con mezzi appropriati», compreso «lo sviluppo della dimensione europea dello sport».
Tuttavia, a dispetto di ogni prova contraria, la Ue non soffre di una mancanza di progetto, ma di averne troppi, che mascherano la catena alimentare in questa Comunità europea la cui biodiversità e conseguente competizione sono il principale patrimonio economico e culturale. Non c’è migliore espressione di ciò della diversità linguistica attraverso cui queste concezioni si manifestano. Paesi differenti stanno perseguendo i loro progetti contraddittori.
UN’ANTOLOGIA DI PROGETTI CONTRADDITTORI
In primis c’è il progetto del contenimento della Germania, dominante nella “Dichiarazione di Laeken”. Poi c’è la paura del comunismo e la fine e la ricucitura della divisione dell’Europa dovuta alla Guerra Fredda. Ma dove comincia e dove finisce l’Europa? Per terzo c’è la visione anti-americana dell’Europa come contrappeso a quello che la Francia chiama l’iperpotenza degli Stati Uniti. Ciò a sua volta si collega ad una concezione anti-anglo-sassone (un neologismo tedesco e uno spauracchio francese) che vorrebbe escludere gli inglesi in quanto cavallo di Troia dei loro cugini americani. Quarto, c’è il progetto dei paesi più piccoli, come l’Olanda, di giocare un ruolo mondiale sostituendo i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza inglesi e francesi con seggi Ue che essi occuperebbero a turno. Poi, quinto, c’è la visione del Primo ministro greco: «l’Unione europea allargata deve evolversi in una piena Unione politica con forti istituzioni governative e politiche di natura federale». Sesto, c’è il progetto della “Vecchia Europa” renana che vorrebbe istituire un’area di alta imposizione fiscale per garantire generose prestazioni di welfare. Settimo, c’è una gretta (britannica?) concezione economica dell’Europa come area di libero scambio. Detto in altre parole, i tedeschi vogliono ricongiungersi alla razza umana, i francesi vogliono una rinnovata egemonia culturale paneuropea delle istituzioni napoleoniche e colbertiane, gli italiani vogliono essere governati da politici non italiani e gli inglesi chiedono se la cosa serve a far soldi. La mancanza di un punto di vista unico è la ragione delle contraddizioni interne e del vocabolario “significa ogni cosa per ognuno”. In effetti, che cosa vuol dire “europeo”? È come l’«espressione geografica» di Metternich per l’Italia? «L’Europa intende se stessa come qualcosa di specifico… c’è una “europeità” comune a tutti i popoli europei… questa europeità merita di essere conservata e sviluppata, mentre resta aperto in che cosa consista questa “europeità”». Questa è una definizione tratta dal documento presentato alla Convenzione dal vice presidente Giuliano Amato. Sembra precisa.
“Conservare”, viva o morta, è una cosa, “sviluppare” è un’altra. Gli estensori sembrano mettere per iscritto le contraddizioni esistenti. La Banca Centrale europea, per esempio, ha il mandato di garantire la stabilità dei prezzi. La Carta dei Diritti Fondamentali include un impegno, la cui esecutività può essere richiesta presso la Corte europea, per una costosa e ambiziosa lista di diritti sociali. Cosa succede se la stabilità dei prezzi esige misure deflazionistiche mentre la piena occupazione richiede politiche inflazionistiche? Cosa succede se entrambe le politiche sono opportune per parti differenti dell’area dell’euro nello stesso momento, come è il caso oggi con la Germania e l’Irlanda?
IL DEPOTENZIAMENTO DEGLI STATI NAZIONALI E’ INNEGABILE
La parola “Costituzione” è un «passo vitale nel processo storico di integrazione europea», come si dice nella Dichiarazione congiunta Chirac-Schroeder del 2001 o, come vien detto agli inglesi, una semplice fusione di trattati esistenti, innocua quanto la costituzione dell’Unione Postale Internazionale? “Sussidiaretà” è un’altra locuzione “pigliatutto” che porta «le decisioni più vicine ai cittadini» e che parrebbe di un certo valore. Tuttavia non saranno i parlamenti nazionali a decidere sulle rispettive “competenze”. Così il potere sarà risucchiato in alto verso Bruxelles e in basso verso le assemblee regionali, mentre l’aumento da 34 a 70 – specialmente in materia di Giustizia e di Affari Interni – degli ambiti di voto “a maggioranza qualificata” condurrà infine, sotto la copertura di una vuota fraseologia, all’abbandono della sovranità nazionale non qualificata. Se le lezioni della Corte Suprema americana fanno testo, nelle dispute la Corte europea deciderà a favore della giurisdizione federale europea piuttosto che di quella nazionale. La responsabilità federale per una «politica commerciale comune» conduce verso la giurisdizione sulle aree del diritto penale che dovrebbero essere di competenza nazionale attraverso casi di frodi ed evasione fiscale. La Carta dei Diritti fondamentali sembra davvero imporre ai governi nazionali quelle screditate politiche dell’economia di mercato sociale che sono al cuore della mancanza di competitività dell’Europa ormai allo stato terminale. C’è veramente un impegno da parte degli Stati membri nella Costituzione ad un coordinamento delle loro politiche economiche e sociali.
E inoltre saranno necessari massicci aumenti delle tasse e/o massicci tagli nella spesa sociale se, come parte di questo tranquillo cammino verso «un’unione sempre più stretta», dovrà essere realizzata «la progressiva formazione di una politica di difesa comune». Il nuovo ministro degli Esteri europeo ha il diritto di disporre di tutte le risorse «necessarie a conseguire i suoi obiettivi e a portare a buon fine le sue politiche». Inoltre la Costituzione impone bilanci nazionali in pareggio, e perciò obbliga ad un’elevata tassazione. Non sembra esserci spazio per una decisione democratica in materia economica da parte di uno Stato membro, sia che si tratti di politiche socialiste o di politiche liberiste. Questa è la “democrazia partecipativa” della “società civile” che la Costuituzione pone come premessa. Se gli elettori non possono respingere questa egemonia ideologica di Bruxelles se lo desiderano, col voto o con l’astensione, allora stanno “partecipando” allo stesso modo in cui gli spettatori partecipano ad una partita di calcio.
I politici di ieri, innalzando un monumento alla correttezza politica, hanno tentato di evitare le creative – e distruttive – tensioni che hanno fatto l’Europa, un continente che per ben due volte nell’ultimo secolo è stato sul punto di suicidarsi e ha dovuto sottoporsi contemporaneamente alla respirazione bocca a bocca degli Usa ed al tentativo di soffocamento dell’Urss.
Recenti contrasti hanno dimostrato che non c’è nessun segno “E” che si possa mettere su un pacchetto a indicare che il prodotto o cittadino sia “Europeo” – co-me nel nostro incubo e nel sogno del burocrate: l’euroformaggio. Charles De Gaulle, che voleva fare l’inglese in Francia, disse del suo Paese: «Come si può governare un paese che ha 350 tipi diversi di formaggio?». Un giovane attivo, viaggiatore, che si sposa e ha amici, farà e deciderà l’Europa che vuole – o che non vuole. Ciò di cui abbiamo bisogno è un campo di gioco che non conceda privilegi in materia di legge commerciale; dobbiamo cioè poter muovere manodopera e capitale e ottenere rapida e giusta soddisfazione se siamo truffati ovunque nell’Unione europea. Quello che abbiamo ora, invece, è una commissione incaricata di progettare un cavallo da corsa che ha prodotto un cammello.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!