Europa unita a Gerusalemme?
C’è più filosofia di pace nel “piano” del Gruppo di Ginevra tra israeliani e palestinesi che non in tutta la politica armata che si vede sul terreno di Israele e Palestina. Il problema è che se la filosofia è già arrivata a un accordo, la politica racconta che né i gruppi islamici palestinesi intendono rinunciare agli attentati e ai kamikaze, né di conseguenza Sharon alla rappresaglia e agli omicidi mirati. Abbiamo chiesto a David Jaeger, israeliano e prete cattolico francescano, esperto di relazioni internazionali e membro della commissione bilaterale Santa Sede-Israele, il punto della situazione. Naturalmente Jaeger parla a titolo personale, non dall’ufficio di portavoce della Custodia di Terra Santa che ricopre.
Per adesso l’unico risultato del cosiddetto accordo del “Gruppo di Ginevra” è che Bush ha detto “va bene tutto, purché rispetti la Road Map” e che Colin Powell abbia ottenuto dal presidente Usa il via libera a incontrare gli autori israeliani e palestinesi di quel piano. Lei però sa bene che, ad oggi, da nessuna parte c’è l’ok a questo accordo. Il governo Sharon lo ritiene irrealistico, le fazioni palestinesi riunite al Cairo lo hanno respinto. Dunque, un altro bel progetto di pace scritto sulla sabbia?
Non direi. Colin Powell riceve gli autori dell’accordo allo scopo di esprimere il suo disappunto con il governo Sharon. E, secondo alcuni opinionisti israeliani, il segnale del segretario di Stato americano all’attuale premier israeliano è: «Attenzione ci hai deluso, tutte le cose che abbiamo concordato con te, non le hai osservate, sappi che potremmo essere pronti a seguire anche altre strade». Quanto al mancato consenso delle parti ufficiali, dico che l’ostilità da parte dei governi e delle fazioni radicali interessati agli accordi di Ginevra è necessaria perché gli accordi di Ginevra costituiscono un giudizio di condanna sui due governi, israeliano e palestinese. Il giudizio, sempre a parere degli osservatori, è: «Voi ci dite che l’accordo è impossibile: ebbene, vedete che invece si può fare e che se fin’ora non l’avete raggiunto non è perché non è possibile, ma perché avete fallito o perché avete preferito altri interessi al bene dei vostri popoli?». La speranza degli autori del piano di Ginevra è che provocando l’ostilità dei governi essa provocherà settori importanti delle due popolazioni ad insorgere politicamente e costringere la classe dirigente ad arrivare ad accordi analoghi.
Pare che a Ginevra si sia trovata una risposta dettagliata a tutti i contenziosi, compreso quello, delicato, dei rifugiati palestinesi…
Senta, come avrebbe dichiarato anche Jimmy Carter, e come dicono tutti i commentatori, qualora si giungesse a un accordo di pace, questo non sarà diverso da quello di Ginevra. Non c’è un altro accordo possibile. L’unico accordo possibile è quello che prevede il ritiro dell’occupazione israeliana dai territori palestinesi, secondo la definizione data dal presidente Bush nel discorso del 24 giugno del 2002: il ritiro, il termine dell’occupazione israeliana cominciata nel 1967 e una qualche forma di risarcimento ai profughi palestinesi del ’48 perché possano rifarsi una vita altrove.
E su Gerusalemme, che accordo sarebbe stato raggiunto?
Di nuovo, l’unico accordo possibile: la parte araba agli arabi, la parte ebraica agli ebrei.
Mi pare che per la Santa Sede ciò non sia sufficiente…
Certamente per la Chiesa questa soluzione non è sufficiente. Politicamente è giusta l’autodeterminazione anche a Gerusalemme, però i diritti della Chiesa e delle grandi religioni devono essere indipendentemente fissati da uno strumento giuridico e internazionale che non dipenda dalle volontà di queste parti. L’accordo di Ginevra non accoglie le attese della cristianità, ma non credo che valga la pena sollevare il problema adesso. Nel caso si arrivi ai negoziati concreti la Chiesa farà sicuramente conoscere le proprie attese. Che per altro sono già ben note perché si trovano espresse in modo molto conciso e autorevolissimo nel preambolo dell’accordo Santa Sede-Olp del 15 febbraio del 2000.
E del muro che Israele sta costruendo, che ne sarà? Dovrà essere smantellato?
Il problema del muro non è nel muro in quanto tale. Un muro come frontiera è sempre una cosa tristissima, perché come ha detto il Papa ci vogliono ponti, non muri. Però un muro che segue la propria frontiera è legittimo. Il problema è che attualmente il suo percorso è molto all’interno del territorio palestinese. Il problema è che il piano complessivo, già approvato, è di fare un muro anche ad Est così che i palestinesi si troveranno incastrati, o totalmente circondati, in diverse zone: a Sud, a Nord, in Giudea, in Samaria…
Crede davvero che il piano del Gruppo di Ginevra abbia una possibilità di successo?
Posso solo riferire quello che pensano taluni osservatori israeliani in proposito…
Riferisca.
Si ritiene che, a motivo delle elezioni presidenziali del prossimo novembre, gli americani possano fare ben poco nel corso del 2004. Le elezioni Usa saranno molto incerte e, dunque, dicono gli esperti, l’ultima cosa che l’Amministrazione Bush farà è, per esempio, irritare gli elettori della Florida. Gli americani si limiteranno a qualche dichiarazione, delineando le divergenze rispetto alle politiche israeliane e i portavoce del governo Sharon replicheranno dicendo che le posizioni statunitensi sono note. In questo quadro bloccato si pensa che l’Europa sia l’unico soggetto politico internazionale che potrebbe prendere la leadership del processo di pace…
L’Europa? Divisa com’è?
Proprio perché l’Europa si è divisa sull’intervento in Irak e si divide sul patto interno di stabilità, qui ha un argomento su cui può dimostrarsi unita. Essendo il partner commerciale più importante per israeliani e palestinesi, l’Europa può fare moltissimo. L’Europa è riuscita a strappare ad Israele un riconoscimento delle sue frontiere. Il motivo per cui Israele non voleva indicare la provenienza delle esportazioni era perché non ammetteva che gli insediamenti fossero oltre i confini nazionali. E invece adesso ha dovuto ammetterlo. Se l’Europa che è la principale fonte del sostegno diplomatico ai palestinesi, i quali dipendono dall’Europa più di quanto dipenda Israele, si mettesse a fare sul serio anche con gli arabi, probabilmente le cose cambierebbero in Terra Santa. Questo, almeno, è ciò che pensano gli osservatori.
A proposito di Terra Santa, come procedono i negoziati bilaterali tra Santa Sede e Israele?
A rilento. La scorsa estate le due parti espressero l’auspicio di giungere a siglare l’accordo su tasse e proprietà entro l’anno.
Il ministro degli Esteri Shalom, che visitò nel luglio scorso il Vaticano, disse alla stampa che sperava di ritornare entro i tre mesi successivi per ratificare l’accordo. In vista di ciò furono programmate due settimane di negoziati in settembre. Purtroppo, il 28 agosto, il governo israeliano ha comunicato che la sua delegazione non avrebbe partecipato a nessuno degli incontri previsti. Una delle parti si è ritirata dal tavolo dei negoziati, senza alcun apparente motivo. Siamo tutti molto perplessi, sembra una cosa poco seria. Il ministro dice: «Acceleriamo, entro tre mesi torniamo». Tre settimane dopo ritira la sua delegazione e disdice appuntamenti già presi. Ci auguriamo che i colloqui possano riprendere quanto prima, in modo da arrivare a un’intesa entro metà giugno 2004, quando si celebrerà il decimo anniversario dei rapporti diplomatici tra Israele e Santa Sede.
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