Europinioni
La Conferenza dell’Aja sul clima è fallita? E allora? Rumore per nulla. Anzi, per un’impostura
Fra tanti articoli allarmati e indignati sul fallimento della Conferenza internazionale dell’Aja sui cambiamenti climatici, spicca per lucidità e anticonformismo l’analisi di Martin Wolf sul Financial Times del 29 novembre. Ne proponiamo ai lettori alcuni passaggi che bene sintetizzano il ragionamento. “La convinzione che il fallimento della conferenza sia catastrofico – scrive Wolf – solleva tre domande. La prima: un successo avrebbe fatto veramente la differenza per quanto riguarda il futuro del riscaldamento globale? La seconda: esiste la possibilità di concordare e rendere operativo un trattato globale che farebbe veramente la differenza? La terza: è desiderabile prendere le decisioni che farebbero la differenza?”
Il Protocollo di Kyoto
“Tutta la questione è un tipico caso di molto rumore per nulla. Il Protocollo di Kyoto mirava a ridurre le emissioni del 5% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2010. Il compromesso proposto dal vice primo ministro britannico John Prescott avrebbe permesso alle emissioni di aumentare del 5%. Ma la commissione internazionale sul cambiamento climatico – il corpo ufficiale di esperti dell’Onu – ha dichiarato che le concentrazioni atmosferiche di gas a effetto serra sono destinate a raddoppiare anche anche se le emissioni globali venissero ridotte ben al di sotto dei livelli del 1990. Thomas Wigley, un esperto convinto che il riscaldamento globale sia in corso e dipenda dalle attività umane, sostiene che la quantità di riscaldamento “risparmiato” nel 2050 ammonterebbe ad appena 0,07 gradi centigradi anche se tutti i paesi rispettassero gli impegni assunti”.
E le emissioni del Terzo Mondo sono destinate ad aumentare sensibilmente
“Ma la cosa più importante è che Kyoto non impone alcuna restrizione ai Paesi in via di sviluppo (pvs). A questo gruppo appartengono la Cina, che produce tante emissioni quanto la UE, e l’India, che ne genera quanto la Germania. Fino a quando questi paesi saranno esclusi dalle restrizioni non c’è possibilità di stabilizzare le emissioni”. “Il processo di Kyoto è sostanzialmente un’impostura. Può essere trasformato in una cosa seria? Un accordo internazionale effettivo dovrebbe coprire tutti i paesi importanti. Ora, si dà il caso che nel 1997 gli Stati Uniti emettessero 20,3 tonnellate di anidride carbonica pro capite, la UE circa 8,7, la Cina 2,5 e l’India 0,9. Se fosse chiesto loro di limitare l’aumento delle proprie emissioni, i cinesi e gli indiani giustamente si rifiuterebbero di essere confinati in una posizione di inferiorità semplicemente perché altri hanno sfruttato per primi la capacità di assorbimento globale. Cinesi e indiani hanno diritto a standard uguali a quelli degli europei. Ciò significherebbe, con le tecnologie attuali, la triplicazione delle emissioni cinesi e la decuplicazione di quelle indiane”.
Due soluzioni teoriche, entrambi inapplicabili
“Le soluzioni ipotizzabili sono due. La prima è che sia possibile conseguire un alto standard di vita senza aumentare il consumo di combustibili fossili. Dal momento che gli appassionati avvocati della riduzione delle emissioni ritengono che l’energia nucleare sia più malvagia dei combustibili fossili e che le dighe siano peggiori di entrambi, restano poche possibilità. Cina e India non crederanno mai che i loro bisogni energetici possono essere soddisfatti, a un costo ragionevole, da quelle orribili fattorie eoliche che spuntano dappertutto in Europa”. “La seconda soluzione è che questi paesi vengano indennizzati in cambio di una loro rinuncia. Ma la compensazione potrebbe essere onerosa. Immaginiamo che il diritto ad emettere anidride carbonica venisse riconosciuto ad ogni cittadino del mondo su base egualitaria con riferimento ai livelli del 1997. Ogni individuo avrebbe diritto a 3,8 tonnellate all’anno. A quel punto gli Usa dovrebbe pagare compensazioni pari all’80% del loro attuale consumo, la UE al 56%… Nessuna delle due soluzioni appare plausibile”.
Meglio continuare a crescere, in attesa di trovare la soluzione
“Ciò conduce all’ultima domanda: è importante davvero un fallimento? Coloro che ne sono convinti si basano sul principio di precauzione. Noi non sappiamo quanti danni può fare il riscaldamento globale, ma possono essere molto grandi. Perciò dobbiamo prevenirli. Tuttavia questo stesso principio si potrebbe applicare alle azioni che vengono proposte contro il mutamento climatico. Un piano per ridurre le emissioni globali di gas a effetto serra causerebbe, con le tecnologie attualmente disponibili, una significativa contrazione della crescita economica. Miliardi di persone diventerebbero più povere del necessario. E le loro società disporrebbero di meno risorse con cui far fronte alle avversità, incluso il riscaldamento globale… I benefici dell’aumentata capacità della popolazione mondiale di adattarsi al riscaldamento globale causato dalle attività umane, dopo altri 50 anni di forte crescita economica, potrebbero superare i costi di qualunque riscaldamento prodotto da quella crescita”.
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