EUROSOMMERSI
L’economia europea va maluccio, ma quella sommersa è in piena salute. Più di un quinto dei lavoratori europei è “in nero”. Certo, le differenza nell’Europa allargata non mancano. Secondo un rapporto della Commissione europea, le cifre vanno dal minimo dell’Austria, meno del 2 per cento, fino alla Lituania, Ungheria e Grecia, con quasi il 20 per cento. Le percentuali sono spaventose nei nuovi stati Membri, dove il sommerso è diffuso anche nel settore medico, nel privato e nei servizi alle imprese. In Italia il fenomeno continua a crescere: gli ultimi dati Eurispes lo indicavano al 27 per cento del pil per un valore stimato in oltre 300 miliardi di euro, sia per il 2003 che per il 2004. Le ragioni? La rigidità del mercato del lavoro, gli eccessi burocratici della vecchia Europa, l’ultrasindacalizzazione, il peso della fiscalità, la mancanza di fiducia nel funzionamento dello Stato. La soluzione, dicono a Bruxelles, sta tutta in una serie di misure e di sanzioni per stroncare la piaga del sommerso. Certo, bisogna liberalizzare il mercato, defiscalizzare gli investimenti privati, promuovere il cosiddetto “effetto Ikea”. Ma per ora, si predica bene e si razzola male. Lisbona è lontana.
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