eutanasia a parte

Di Tempi
02 Maggio 2002
Ezio Forzatti staccò la spina alla macchina che teneva in vita la moglie in coma. La Corte di Milano lo assolve. Ma l’alternativa all’eutanasia è il buon senso

Grande confusione sulla vicenda eutanasia. Reagisco non dall’alto di un pulpito laico o religioso, ma dal basso di chi certi problemi li affronta quotidianamente. Mi occupo di cure palliative, lavoro come medico in un Servizio di Radioterapia Oncologica e vedo malati terminali tutti i giorni. Una volta un ragazzo (aveva solo l’uso della mano destra) mi disse: «Non mi muovo più, eppure io sono ancora io e voglio vivere».

I padroni della morte (ma non della vita)

Accenno a due aspetti assurdi del dibattito sull’eutanasia. 1) L’estrema confusione che c’è sui termini: viene definita l’eutanasia passiva (astensione dalle cure) come il contrario dell’accanimento terapeutico. Ma l’astenersi da cure che non hanno, o hanno ben poche possibilità di dare significativo giovamento e che sicuramente provocano dolorosi effetti collaterali, non è “eutanasia passiva”, è buon senso! Non accanirsi cercardo di guarire una persona quando non ci sono ragioni clinicamente valide per farlo non equivale a ucciderla. Se fosse così la maggioranza dei miei colleghi ed io stessa saremmo degli “assassini”. Ma la confusione dei termini serve a portare l’acqua al mulino dei fautori del suicidio di Stato. A costoro cordialmente consiglio di leggere un provocatorio intervento sull’ultimo numero del British Medical Journal (Bob Bury, Bmj, 6.4.02). Accettare l’eutanasia è snaturare il ruolo stesso del medico che è per la vita e non viceversa. 2) L’approccio ideologico. Il problema eutanasia non è una mera questione di schieramenti di pensiero: laico a favore, religioso contro. Si finisce per dire la stessa cosa e cioè che ognuno è libero di fare quel che gli pare e chiamano tutto ciò “rispetto della volontà del paziente” (ci sono fior di testi anche di ispirazione cristiana su questo filone di pensiero). Si tratta, invece, di un problema di ragione! La ragione è lo strumento che l’uomo utilizza per conoscere, quindi o la concepisce come apertura a 360°, o la concepisce come misura del reale. Ma la ragione intesa come misura si preclude la possibilità della conoscenza perché non tutto quello che c’è è spiegabile secondo umane e razionali misure. Rimane, dentro al reale, un ignoto di cui l’uomo ha paura. L’uomo cerca di difendersi da quegli enigmi, inspiegabili quanto ingiusti, che sono la malattia e la morte e lo fa cercando di diventarne in qualche modo padrone. Ma diventar padroni della morte non equivale ad essere padroni della vita, perché essere padroni della vita coincide col conoscerne il significato.

La vera sanità

Tempo fa, un mio paziente si è suicidato. Ho pianto senza ritegno tra lo sconcerto dei miei colleghi. Era ateo, marxista convinto. Con le cure avremmo potuto ottenere la guarigione, ma a lui non interessava. Mi aveva detto che non ce la faceva più a vivere perché quello per cui aveva speso tutta la sua vita era irrealizzabile. Era amareggiato, avvilito. Non aveva avuto la grazia di riconoscere ed accogliere un incontro che gli svelasse il significato della vita. Ecco, l’antidoto all’eutanasia e alla disperazione è la grazia di un incontro. Questa è la responsabilità di noi cristiani: essere oggi la carne di Gesù risorto e vivo. Ed è questa la vera “sanità”, gli altri al massimo possono parlare di servizi ma sono un’altra cosa.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.