Evitiamo i Casini
Onorevole Bondi, all’assise dell’Udc Pierferdinando Casini ha duramente e direttamente criticato e messo in discussione la leadership di Silvio Berlusconi, lanciando la propria candidatura a leader della CdL. Come interpretare questa scelta in un momento di particolare delicatezza per la coalizione di centro-destra e per l’intero Paese?
Era prevedibile che con l’approvazione della nuova legge elettorale ogni forza politica riprendesse una piena libertà di movimento. Se pure la nuova legge prevede un premio di maggioranza per la coalizione vincente, mantenendo l’impianto del bipolarismo, è altrettanto vero che ogni partito è incoraggiato a perseguire il proprio successo in competizione con tutti gli altri, anche con quelli della propria alleanza. Tuttavia, da qui a gettare a mare tutto ciò che costituisce il patrimonio e la credibilità propria di una coalizione ce ne passa, soprattutto se questa coalizione ha governato il paese per un’intera legislatura, e se la sua forza agli occhi degli italiani è stata la compattezza di cui in un certo periodo ha saputo dare prova. Una competizione spinta all’eccesso e rivolta, non nei confronti degli avversari di sinistra, ma contro i propri alleati, è insensata e distruttiva per tutti. Lo spirito della nuova legge elettorale, se bene intesa, è quello di coniugare la specificità di ogni partito con le ragioni dell’alleanza alla quale si aderisce. Anzi di più, con la necessità di costruire una prospettiva unitaria a partire da una dialettica politica più libera e trasparente. L’esasperata ricerca di visibilità e lo spirito concorrenziale spinto fino a oscurare il patrimonio comune conseguito in cinque anni di governo costituiscono un errore, e rivelano una grave mancanza di lungimiranza politica. Forza Italia dovrà cercare il massimo consenso e di conseguire i migliori risultati alle prossime elezioni non dando spintoni a destra e a manca, ma correndo più veloce di tutti e mettendo in campo le migliori idee anche rispetto ai propri alleati.
Il survey che l’Economist ha dedicato all’Italia ha suscitato reazioni contrastanti: qualcuno vi vede dietro un attacco alla stabilità del Paese, un’ingerenza con fini speculativi da parte della City mentre qualcun altro ritiene che il settimanale londinese stia tirando la volata a Prodi. Lei come valuta quella dura disamina della situazione italiana? Non le sembra che, al contrario di quanto possa apparire, l’Economist tema molto più un governo con due partiti comunisti che un eventuale secondo mandato di Berlusconi? Non le sembra che il messaggio giunto da Londra sia molto simile a quello lanciato da Giulio Tremonti, ovvero la necessità di una Grosse Koalition che tagli fuori le ali estreme per dare il via a una stagione di reali riforme per il bene del Paese?
Credo innanzitutto che occorra dare una giusta misura alle cose. L’Economist non è la Bibbia, è solo un settimanale considerato autorevole dal cosiddetto “salotto buono” della finanza internazionale, ma che ha spesso sbagliato nelle sue valutazioni. Ad esempio, il precedente survey sull’Italia, del 2001, era fortemente preconcetto nei confronti del governo Berlusconi e metteva in fila una serie di dati molto confusi, alcuni anche errati, sulla realtà economica italiana. Inoltre, in questo caso, è chiaro che l’Economist non voglia due partiti comunisti al governo. Nessuno ci ha fatto caso, ma il settimanale londinese crede che anche oggi la questione comunista in Italia sia seria e pericolosa per le riforme economiche e politiche. Messaggio chiaro al centro-sinistra, non a noi, perché per noi di FI la questione comunista è ancora viva, e si lega oggi anche alle scalate finanziarie, alle cooperative che acquistano le banche più grosse del paese. Detto questo, escluderei riferimenti a una non meglio definita Grosse Koalition, del tutto irrealizzabile in Italia. Le ali estreme si escludono soltanto in un modo: basterebbe seguire l’esempio di Schroeder, che pur rischiando di perdere le elezioni (come è poi accaduto) si è rifiutato di allearsi con l’estrema sinistra. Un atteggiamento serio e coerente, tutto il contrario di ciò che fa in Italia Romano Prodi.
Sul tema della presenza di volontari pro-life nei consultori si è aperto un dibattito, spesso strumentale, sulla questione dell’aborto, una crociata della sinistra che vede messa in discussione la legge 194. Come giudica la situazione, soprattutto partendo dal presupposto che sembra completamente dimenticato qualsiasi riferimento valoriale a una scelta drammatica come quella dell’aborto? Ci troviamo di fronte a uno scontro, per citare il cardinale Ruini, tra laicità e laicismo?
Il problema è serissimo e decide del livello della nostra civiltà. La questione dell’aborto è una questione non confessionale, ma civile e culturale. Anche drammaticamente antropologica, perché pone in gioco, e molto seriamente, la libertà della donna rispetto al gesto più autentico della sua esistenza: la generazione della vita. Anche un diessino cattolico come Tonini, sul Riformista, ha preso posizione apertamente per la possibilità di avere volontari pro-life nei consultori. Ma perché, c’è qualcuno che non sia pro-life? Esiste qualcuno pro-death, a favore della morte? Lo scontro laicità-laicismo si ingenera a causa della perdurante e mai chiusa “sindrome di Porta Pia” di Pannella, dei radicali e di parti anche consistenti della sinistra, di Boselli e dei neo-socialisti alla deriva, gente senza futuro sul piano politico e che combatte battaglie di retroguardia. Ruini coglie tutto questo e lo denuncia, mostrando che la Chiesa, anche in questo caso, è maestra non soltanto di vita, ma anche di pensiero e di vera laicità. Giussani diceva che il cristiano è il vero laico, perché è l’uomo che costantemente cerca la verità. È questo il «potere del laico», diceva. Applichiamo questo punto di vista alla questione dell’aborto e vedremo che risultati sorprendenti potremo ottenere, cominciando dal fornire alle donne una possibilità in più, un motivo per scegliere la vita: anche Emma Bonino, recentemente, ha ricordato come l’aborto sia una scelta drammatica innanzitutto per la donna. È quindi lecito, umano e spiritualmente elevato il tentativo di evitare, se possibile, un gesto che a tutti gli effetti è un dramma innanzitutto per chi lo compie, senza per questo mettere in discussione la legge 194.
Sono ormai decine e decine le firme raccolte dall’appello per l’educazione, una sorta di dichiarazione d’intenti a favore di un impegno serio e determinato verso la vera sfida del nuovo millennio, ovvero l’investimento nel capitale umano. Come giudica questa iniziativa, come quella lanciata da Giuliano Ferrara che, sul Foglio del 28 novembre, invita a raccontare al suo giornale le “cazzate” che i professori dicono in aula?
Innanzitutto, la rivoluzione globale del terzo millennio pone al centro la persona, nel contesto di una società che, seppur faticosamente e tra mille contraddizioni, diventa sempre una “società attiva”, una “società delle opportunità”. Questo capitale umano cresce dentro una welfare community. La dottrina sociale della Chiesa ha anticipato da decenni questo progresso, oggi sotto gli occhi di tutti. L’altro versante da cogliere è quello dell’educazione liberale, in un senso nuovo, che include la ricerca della verità da parte della persona, in un clima di libertà. Educare significa aprire il cuore e la mente alla verità, cogliere cioè il senso dell’apertura alla totalità dei fattori della realtà. La provocazione di Giuliano Ferrara, in questo contesto, va a colpire l’egemonia che la sinistra ha esercitato per decenni nel campo della comunicazione, della magistratura, della scuola. Ferrara vuole portare la nostra attenzione sulle menzogne, storiche e contemporanee, che ancora oggi vengono insegnate ai nostri ragazzi da professori “schierati”, per spezzare questa egemonia e dare voce al pensiero liberale, a quella parte della società (ed è la maggioranza) che non si riconosce nel “pensiero unico” e nel relativismo della sinistra. Per questo, si tratta di un’ottima iniziativa, della quale si sentiva il bisogno.
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