Fa’ la cosa giusta

Di Bottarelli Mauro
13 Gennaio 2005
LA SPARATA DI BOSSI APRE LA STRADA A UNA LISTA DEL GOVERNATORE DELLA LOMBARDIA CHE VA AVANTI CON IL SUO PROGETTO. ECCO COSA HA INTENZIONE DI FARE SECONDO RONZA, BORGHINI E POLITO

«L’operazione della Lega era preparata da mesi. Io vado avanti per la mia strada: abbiamo già vinto senza il Carroccio una volta, vinceremo anche ad aprile». Sono passate poche ore dall’annuncio del consiglio federale della Lega Nord – riunito in via Bellerio alla presenza di Umberto Bossi – di candidare il ministro del Welfare, Roberto Maroni, alla presidenza della Regione Lombardia, quando Roberto Formigoni, entrando nella villa di Arcore per un vertice con Silvio Berlusconi, dichiara a Tempi senza mezzi termini la sua assoluta indifferenza alle minacce leghiste, tra cui quella quantomeno delirante di “ritorno della restaurazione” – non fosse altro per il fatto che al netto dello strabismo politico, i leghisti sono rimasti in maggioranza alla Regione per cinque anni senza accorgersi di questa inquietante ipotesi complottarda. A rafforzare la convinzione del governatore di non recedere, sono poi giunti gli inequivocabili segnali di appoggio e solidarietà degli altri partiti della Cdl, Alleanza Nazionale e Udc, compatti al fianco del numero uno del Pirellone. Chi gioca a sfasciare la coalizione, per la seconda volta dopo il suicidio politico alle provinciali milanesi dello scorso anno, è quindi la Lega Nord, principale e fattivo sponsor del possibile ritorno della restaurazione in salsa ulivista sul modello Penati.
Ma perché questo assurdo autolesionismo? La domanda è sempre la stessa: lista del governatore sì, lista del governatore no. Questo il dilemma, paradigma della politica italiana e della sua schematicità di schieramento. E non tanto per una questione meramente nominalistica, quanto per il fatto che l’esperimento lombardo di ampliamento della coalizione a soggetti dell’area riformista esterni alla CdL è qualcosa che va oltre la semplice ingegneria genetica applicata alla politica: è l’officina di ciò che sarà, l’ipotesi sempre meno irrealistica di un’aggregazione di energie e soggetti di destra e sinistra uniti dal fare più che dal dire (e contraddire). Inutile negare che Roberto Formigoni con la sua decisione di aprire all’ex sindaco migliorista di Milano, Piero Borghini, abbia spiazzato tutti, alleati riottosi, nemici interni ma soprattutto l’opposizione, quella Gad fu Fed convinta di avere una sorta di monopolio naturale e intangibile dell’area riformista e terzista lombarda.
Anche per questo, per dare una visibilità all’altra Milano che non intende indossare cappelli e innalzare labari, è nata l’associazione “Europa insieme”, think tank vicino al governatore Roberto Formigoni che, proprio in questi giorni, entra nella sua fase di esperienza pubblica dopo quella costitutiva del dicembre scorso. Uno dei principali animatori di questo “progetto incubatrice” è Robi Ronza, giornalista e portavoce del Meeting di Rimini che a Tempi definisce così il nuovo soggetto politico: «è un foyer di riflessione politica, l’incubatrice di un progetto che verrà presentato pubblicamente il prossimo 22 gennaio in un convegno di annuncio a Milano. L’idea base di “Europa insieme” si basa su un dato di fatto secondo cui in Lombardia esiste uno spicchio di elettorato che stima il lavoro compiuto da questi anni da Formigoni e che quindi lo voterebbe volentieri alle regionali, ma che appartiene a quell’area politica che a livello nazionale non vota per il centrodestra. Un sfida enorme, perché presuppone il riconoscimento del diritto politico, in questo paese, di votare per un’area a livello locale e per un’altra a livello politico, la vittoria del merito e della competenza personale e locale rispetto alle logiche di schieramento». E come vi ponete rispetto alla querelle sulla lista del governatore? «Mi pare ovvio che se si fa una lista per dare rappresentanza a quello spicchio di elettorato che non si riconosce a livello nazionale nella CdL, questa non può che essere una Lista Formigoni. Ritengo la querelle partita da Roma un pericoloso equivoco che rischia di ritorcersi contro tutti: non capire la diversità dei comportamenti elettorali, l’identificare la nascita di una lista locale come un pericolo per il quadro politico nazionale potrebbe far emergere in qualcuno la tentazione del “tanto peggio, tanto meglio”. Ovvero, meglio perdere la Lombardia che veder nascere questo soggetto che ci spaventa: spero di sbagliarmi, ma il rischio c’è. Per ora il nostro solo scopo è quello di porre il problema dell’esistenza di un elettorato non rappresentato, non certo quello di fare liste o scegliere nomi». Altro animatore di “Europa insieme”, oltre che pietra dello scandalo riformista lombardo, è Piero Borghini che, dice a Tempi, «che la sfida parte dall’esigenza di far nascere qui in Lombardia, dove tutto nasce prima, un centro politico riformista che tenga insieme la tradizione cattolica e laico-socialista. E per difendere queste tradizioni, bisogna innovarle come ha fatto Blair. Formigoni non è Blair, ma certamente lo spleen è lo stesso».

UN ESEMPIO? LA RICERCA
E i risultati di questo approccio sono sotto gli occhi di tutti. Qualche numero? Il tasso di disoccupazione regionale è andato costantemente scemando e quello di attività costantemente crescendo negli anni delle giunte Formigoni. A Roma i governi si davano il cambio, a Milano la continuità politica permetteva una coerenza di scelte che hanno favorito risultati ben superiori alla media nazionale: 27.815 euro di Pil pro capite contro una media italiana di 21.677; disoccupazione al 3,7 per cento (secondo trimestre 2004) contro un valore nazionale dell’8,7 per cento; occupazione al 63,8 per cento contro una media nazionale del 56 per cento; un tasso di produttività superiore del 27 per cento a quello nazionale. E tanti altri indicatori dello stesso segno. Come è stato possibile? Anzitutto applicando un metodo di governo originale, che potremmo definire “sussidiarietà più partenariato”, o più semplicemente “metodo del fare con”. Per Borghini «la scelta di Formigoni rappresenta una dimostrazione di forza personale impressionante cui sarebbe bello dare un seguito lanciando una lista del riformismo socialista da collegare al governatore nelle prossime regionali».
E a sinistra, cosa si dice? Per Antonio Polito, direttore del Riformista, «la mossa del presidente lombardo ha il pregio, in un contesto che vede l’apertura delle danze per quanto riguarda le “liste personalizzate”, di assumere un significato e un obiettivo dichiaratamente politico, a differenza della mera personalizzazione del potere fin qui manifestata dalle analoghe iniziative in preparazione nel Lazio o in Puglia. Includendo un esponente proveniente dal mondo riformista meneghino, Formigoni con la sua lista si candida a lanciare un messaggio a quel vasto mondo di elettori del Polo ormai incerti o delusi, ma non per questo pronti a votare Bertinotti ed Epifani».
Un altro criterio metodologico del buongoverno di Formigoni è quello di mettere i soldi al posto giusto nel modo giusto. Esmpio: gli investimenti nella ricerca. L’Italia, si sa, è il fanalino di coda in materia: gli Usa investono nel settore il 2,9 per cento del loro Pil, l’Unione Europea in media l’1,9 per cento, l’Italia l’1,1 per cento. Quando Formigoni è diventato governatore nel 1995, la Regione spendeva in ricerca l’equivalente di 5 milioni di euro all’anno; fra il maggio 2000 ed il dicembre 2003 ne ha investiti 621 milioni, fra il 2004 ed il 2006 ne attiverà altri 688, che significa 229 milioni di euro all’anno: 46 volte più di quando Formigoni non era al governo della Regione. Com’è stato possibile il miracolo, considerato che il federalismo fiscale è ancor’oggi una chimera e che il 70 per cento dei bilanci regionali se ne va in spesa sanitaria? Grazie all’efficienza amministrativa: la Lombardia ha catalizzato fondi europei e nazionali che prima restavano inutilizzati o erano spesi male dal centro per mancanza di progetti. E per fare questo non servono bandierine o stemmi di partito: bastano coraggio e volontà.

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