Fa’ un uso “morale” del tesoretto
Mio caro Malacoda, ottimo il lavoro che stai facendo sul Tesoretto. (Intendesi per Tesoretto quel gruzzolo di euro di quantità non definita che l’attuale governo italiano si trova in più rispetto ai suoi calcoli e non sa bene come spendere. Perché se è vero che “chi trova un amico trova un tesoro”, è altrettanto vero che chi si ritrova un tesoretto trova tanti amici ma rischia anche di farsi tanti nemici). Non mi interessa come andrà a finire, l’importante è essere riusciti a insinuare nella discussione sul suo utilizzo un principio cosiddetto “morale”, nel completo disinteresse dell’accordo della supposta “morale” con la logica. La logica vorrebbe, il base al principio “unicuique suum”, che se uno si trova in tasca dei soldi in più rispetto al bisogno, li restituisca a chi glieli ha dati. È un po’ come quando si esce a cena in molti, uno fa la colletta per pagare il conto, sbaglia la divisione e chiede a ciascuno più del dovuto, si ritrova trenta-quaranta euro in più e invece di restituirli ai commensali, la maggior parte se ne sono già andati, decide di fare una figurona con la cameriera e glieli lascia come mancia. Uno degli amici rimasti però si accorge della mossa e lo blocca: «No – dice – meglio darli al barbone fuori del ristorante», «Perché al barbone, io li dividerei tra cameriera e cuoco», propone un terzo. «Diamoli a chi ne ha veramente bisogno – dice un quarto – c’è tanta gente che muore di fame nel mondo». Se ci fosse un quinto avventore che si è attardato nel ristorante non sarebbe male suggerirgli la frase: «Ma perché andiamo a cercare nel terzo mondo quando c’è tanta miseria qui da noi.». E la discussione potrebbe continuare all’infinito perché quando si innesca la rincorsa moralistica alla virtù si trova sempre uno più moralista di te che trova una causa più meritevole dei tuoi soldi. L’importante è tenere vivo il dibattito perché di solito il risultato in questi casi è l’immobilismo – non si dà niente a nessuno – o l’irrilevanza: si dà talmente poco a tanti da rasentare l’insulto e da suscitare la loro reazione irata, dopo la quale li si potrà pure accusare di ingratitudine.
L’interessante di questo modo di operare, per noi diavoli, è la sostituzione dell’intenzione morale al giudizio di valore. Mentre il giudizio di valore sull’uso dei soldi ha a che fare con la cosa in sé, con la realtà, la sua destinazione morale ha sempre a che fare con, appunto, le intenzioni. Se uno Stato arma il suo esercito si troverà sempre qualcuno che farà il calcolo: con il costo di un carro armato si possono comprare medicine per tot migliaia di malati di Aids (mai che qualcuno dica: a che serve un esercito disarmato?). Se poi uno Stato decide di finanziare una Ong che cura i malati di Aids salterà sicuramente fuori chi dirà che prevenire è meglio che curare: meglio quindi dirottare lo stanziamento su una bella campagna informativa (pubblicità, ma il nome in questo caso risulterebbe sconveniente) sull’uso del profilattico. Tutto è iniziato duemila anni fa, quando una donna spese molti soldi per un profumo col quale lavò i piedi a un uomo degno per lei di tale attenzione. Fu rimproverata per questo gesto totalmente gratuito, e quindi libero. Li avesse dati ai poveri, come le fu suggerito, il mondo si sarebbe dimenticato presto di lei e anche dell’unico motivo per cui vale la pena lavare i piedi ai miseri. E noi in questi duemila anni saremmo stati più tranquilli. Conservati malignamente buono.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche
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