FAHRENHEIT 9/11

Di Tempi
02 Settembre 2004
Il documentario che ripercorre la “malefatte” di George W. Bush, dalle elezioni presidenziali alla guerra in Irak.

«Un bulletto, un demagogo, un ignorantone che usa metodi stalinisti, pur non essendo sofisticato come i vecchi stalinisti sapevano essere». Così Paul Berman, l’intellettuale di sinistra autore di Terrore e liberalismo, definisce Michael Moore, che nel 1986 censurò un suo servizio di critica al Nicaragua sandinista che doveva apparire sulla rivista Mother Jones. Oggi Moore gioca a fare il perseguitato, ma la definizione che di lui dà Berman resta attuale: la prima parte di “Fahrenheit 9/11”, che ha vinto la Palma d’oro a Cannes per meriti politici più che cinematografici, è una riuscita parodia del potere, di cui George W. Bush è solo una maschera fra le tante della storia. Ma la seconda è un capolavoro di propaganda e manipolazione da far arrossire Eisenstein (con qualche svarione vero e proprio, come abbiamo segnalato sul n.23 di Tempi). Il film si presenta, legittimamente, come un documentario. Ma lo spettatore deve sapere che un documentario è fiction anche se parla di cose vere. C’è dietro un progetto, una sceneggiatura, un montaggio e spesso una colonna sonora a sottolineare le “scene madri”. Preparatevi alla ressa, ma anche alla rissa.

Di e con M. Moore
(di Pseudo-Fortunato)

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