FAHRENHEIT 9/11
«Un bulletto, un demagogo, un ignorantone che usa metodi stalinisti, pur non essendo sofisticato come i vecchi stalinisti sapevano essere». Così Paul Berman, l’intellettuale di sinistra autore di Terrore e liberalismo, definisce Michael Moore, che nel 1986 censurò un suo servizio di critica al Nicaragua sandinista che doveva apparire sulla rivista Mother Jones. Oggi Moore gioca a fare il perseguitato, ma la definizione che di lui dà Berman resta attuale: la prima parte di “Fahrenheit 9/11”, che ha vinto la Palma d’oro a Cannes per meriti politici più che cinematografici, è una riuscita parodia del potere, di cui George W. Bush è solo una maschera fra le tante della storia. Ma la seconda è un capolavoro di propaganda e manipolazione da far arrossire Eisenstein (con qualche svarione vero e proprio, come abbiamo segnalato sul n.23 di Tempi). Il film si presenta, legittimamente, come un documentario. Ma lo spettatore deve sapere che un documentario è fiction anche se parla di cose vere. C’è dietro un progetto, una sceneggiatura, un montaggio e spesso una colonna sonora a sottolineare le “scene madri”. Preparatevi alla ressa, ma anche alla rissa.
Di e con M. Moore
(di Pseudo-Fortunato)
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