Famiglie stagionali

Di Rodolfo Casadei
28 Settembre 2006
Soggiorni scambiati per adozioni, ma a soffrire sono i bambini. Le opinioni degli addetti ai lavori

Quasi diciassette anni dopo la fine del comunismo, i minorenni in custodia non genitoriale nei 27 paesi dell’Europa dell’est e dell’ex Unione Sovietica sono più di un milione e mezzo, divisi in parti quasi uguali fra quelli che sono collocati in famiglie affidatarie e quelli tuttora istituzionalizzati in orfanotrofi, istituti per bambini abbandonati, case famiglia, ecc.
Dal punto di vista dello sfascio familiare, le cose vanno sempre peggio: nel 1989 in Russia c’erano 1.254 minorenni ogni 100 mila abitanti dentro gli istituti e 433 presso famiglie affidatarie, nel 2003 (ultimo dato disponibile) i primi erano saliti a 1.338, i secondi a 1.230; tendenza simile in Bielorussia: le famiglie con bambini affidati sono cresciute da 409 a 710 ogni 100 mila abitanti fra l’89 e il 2003, ma anche i minorenni ‘istituzionalizzati’ hanno continuato, seppur lievemente, a crescere passando da 789 a 798 ogni 100 mila abitanti. E le stesse cose si possono dire per quasi tutti gli altri stati.
Insomma, nonostante la crescita costante di affidi e adozioni, nazionali e internazionali, gli orfanotrofi di quelli che furono i paesi comunisti sono sempre pieni. E da ciò derivano drammi come quello di Maria, la bambina bielorussa contesa. Il suo è un caso tutt’altro che isolato. Le violenze di ogni tipo sono una costante negli orfanotrofi dell’Est europeo. Ma il problema non è politico o geografico. «Non è questione di Est e di Ovest, è questione di dimensioni e di tempo. Quando tu hai centinaia di bambini abbandonati che vivono per anni in queste enormi strutture, è nella norma che le violenze diventino la regola», spiega Simona Carobene, responsabile da un decennio dei progetti per l’infanzia nell’Est europeo della Ong Avsi. «Tranne che in pochi casi di istituti diretti da persone illuminate, non hanno adulti di riferimento, non hanno affetti. Quando diventano più grandi si instaurano rapporti di potere fra di loro che sfociano in violenze di tutti i tipi. Il personale che deve prendersi cura di loro normalmente è sottopagato e sottoqualificato, ma nemmeno l’operatore più qualificato e più motivato potrebbe risolvere il problema di fondo: quando non ti senti amato, cerchi di compensare questa mancanza con l’ebrezza del potere esercitato sugli altri».
Ma perché le Ong, locali o internazionali, non denunciano la situazione? «Perché è controproducente. O sei in grado di montare un’enorme campagna mediatica, oppure sarai messo alla porta e non potrai più aiutare nessuno. La strada giusta è collaborare con le autorità alla deistituzionalizzazione dei bambini (affidi, adozioni, ricongiungimenti con le famiglie di origine) e alle politiche di prevenzione: se si aiutano le mamme e i papà in difficoltà, gli orfanotrofi smetteranno di riempirsi di bambini abbandonati. Sai quante volte, quando visitavo gli orfanotrofi nell’Est europeo, avrei voluto anch’io rapire un bambino e portarlo via? Ma non è così che fai il suo bene».

Un sistema perverso
Perché invece un ‘rapimento’ come quello di Cogoleto si sia verificato lo spiega Pietro Ardizzi, responsabile Avsi per le adozioni internazionali: «Quello dei soggiorni terapeutici è un fenomeno molto esteso e molto ambiguo. Dovrebbero rispondere a esigenze sanitarie dei minori e invece spesso diventano una porta di accesso secondaria e scorretta all’adozione internazionale. Dovrebbero mettere in rapporto bambini bisognosi di cure specialistiche e famiglie disposte ad ospitarli a questo scopo e invece mettono in contatto bambini che avrebbero bisogno di essere adottati, o aiutati al reinserimento nella famiglia di origine, con famiglie italiane che stanno cercando di adottare un figlio e non ci sono ancora riuscite: una miscela esplosiva. Nel modello attuale di soggiorni terapeutici sbagliano tutti: sbaglia lo Stato bielorusso, che manda qua bambini il cui bisogno primario non è il trattamento sanitario, ma una stabilità familiare da ricercare o col ricongiungimento ai genitori naturali, o con un’adozione nazionale o internazionale; sbagliano le associazioni che selezionano le famiglie italiane di accoglienza senza prepararle adeguatamente, senza sgombrare il campo dagli equivoci, senza mettere in chiaro che si tratta di un’accoglienza temporanea e totalmente gratuita; e sbagliano le autorità italiane a utilizzare la formula dell’affidamento temporaneo per definire e gestire questi soggiorni terapeutici, perché anch’esso crea un’attesa indebita nelle famiglie d’accoglienza. Il risultato di tutto ciò è che ogni anno i bambini, al termine dei due mesi di soggiorno, ripetono l’esperienza dolorosa della perdita della famiglia, le famiglie d’accoglienza soffrono anche loro il distacco perché consideravano il bambino un figlio e non un ospite. Si alimentano rapporti affettivi basati su un equivoco dal quale alla fine tutti escono perdenti». Oppure si arriva un gesto clamoroso come quello di Cogoleto.

Non lasciamo soli i genitori
Ancora più amaro Gianfranco Arnoletti, portavoce del Coordinamento enti autorizzati: «I coniugi Giusto chiamano Maria ‘figlia’ e così facendo ingenerano nella bambina e in loro stessi la convinzione che è proprio così. Ma questo diventa un danno per lei: Maria tornerà in Bielorussia e non avrà più la possibilità di uscirne, mentre era convinta di aver trovato una famiglia per sempre. Oggi come oggi il suo interesse sarebbe di restare nella famiglia Giusto, ma siccome il sistema degli adulti non lo può permettere, ciò non avverrà e le avremo fatto un grande male. Ma questo grande male andava prevenuto. A una famiglia desiderosa di figli come quella di Cogoleto non si poteva dare per sette anni un affido temporaneo bimestrale: non poteva che finire così, con un grande dolore per entrambi». «Le famiglie coinvolte in esperienze di soggiorno terapeutico vanno aiutate con una compagnia e un’educazione», dice Simona Carobene. «Non dobbiamo lasciarci prendere dal delirio di essere noi a salvare il mondo, dalla pretesa del diritto al figlio, dalla volontà di possesso: la gratuità è un’altra cosa. Chi tiene alla vita di questi bambini, sostenga chi lavora sul posto per loro o vada lui stesso a dare una mano e a sorvegliare che le violenze cessino».

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