Family (holy)day
L’amica Carmen, dopo la mia entusiastica descrizione del luogo dove passo il tempo estivo, mi chiese se fosse il posto che più si avvicinava all’idea che avevo di paradiso, e ancor oggi penso che il miglior criterio per scegliere dove passar le vacanze sia questo.
Il maestrale che falcia il mare di Marinedda, in Sardegna, ci ha portati a visitare una delle tante chiesette di campagna che circondano Trinità d’Agultu. Rifugio sicuro per i banditi sardi e corsi che un tempo vivevano in quest’angolo di Gallura, secondo l’antica usanza medievale per cui sul territorio sacro vige la legge di Dio, non quella degli uomini. Sorgono sopra montagne, in riva al mare, sotto lecci e olivi secolari, sempre aperte al viandante e al turista che difficoltosamente le riesce a trovare, i fiori freschi sull’altare, anche nei luoghi più impervi. La chiesa di San Gavino è “in cima alla montagna”, perché saranno anche solo 700 metri, ma da qui si domina tutto e la vista spazia a 180 gradi. Sulla stradina che costeggia il crinale cammina Luisa, che con me condivide la passione per la scoperta di luoghi nuovi, possibilmente sempre più impervi, tanto che nella nostra vacanza “stanziale” seminiamo anche più di mille chilometri e macchine sempre più graffiate. Ci siamo venute innumerevoli volte, anche con la nonna Ile, che oggi in cielo vivrà sicuramente in un posto così, col mare e le montagne e i bei sassi levigati. E ci abbiamo portato l’amica Sonia – mi piace come stupisce davanti a tutto – più alcuni dei nostri figli, Teresina che ha per mano Giuditta e Maria Regina, Giò ed Ema che corrono inquieti avanti e indietro, e il liceale Enrico, che non è riuscito a svignarsela come gli altri nostri adolescenti.
L’aria tersa e i colori violenti da maestrale, il forte profumo dell’elicriso e del cisto, sotto di noi il tutto. Tanto che Giovannino dall’alto dei suoi fantastici e fantasiosi cinque anni “vede” il papà di Ema, Ettore, che fa wind surf alla foce del fiume Coghinas, lo zio Vale e la dodicenne Clara che percorrono la Valle della Luna in bicicletta. «E si vede la Corsica, guarda i pastori e il papà della Regi che va a vedere le corse dei cavalli e anche il Cianci che sta arrivando in Sardegna in bicicletta, adesso è a Bonifacio». Giovannino vede anche la ventenne Ginevra con la sua nuova muta integrale, a difendersi dalle meduse, che anche se ce n’è una sola, lei la prende, che cerca di cavalcare le onde di Marinedda col surf, e la zia Grazia a casa, che proprio mentre noi ci meravigliamo di tanta bellezza, legge, forse perché è a dieta, Il pranzo di Babette: «. ed essi avevano veduto l’universo come realmente esso è. Era stata loro accordata un’ora del millennio».
Quando entriamo nella chiesetta di San Gavino, vicino alla statua lignea del santo soldato romano, troviamo un’immaginetta di don Luigi Giussani. In quel momento mi è sembrato un miracolo, l’imprevedibile che si manifesta. Chi sarà mai venuto in questo posto dimenticato a portarla? E poi proprio il Giuss, che se noi ci stupiamo di quest’ora accordata, è per merito suo. È l’immagine della nostra vacanza qui. Mamme amiche, sempre in cammino, a volte a dieta, molti bambini, i papà a rotazione, i figli adolescenti che, dopo la fase “ma andiamo sempre in Sardegna?”, adesso vengono e portano con sé gli amici. Tutti a fare ciò che più piace loro e quando i grandi sono contenti di ciò che fanno, lo sono anche i bambini. Anche il maestrale è parte del nostro paradiso, della nostra avventura quotidiana, e il ponentino che ne segue rende l’acqua di Vignola così azzurra e tersa che non vorresti uscirne più.
Un po’ scuola, un po’ caserma
Dal 1990 vengo in questo angolo di Gallura, nel nord della Sardegna, le rocce rosse a delimitare un mare per me sempre bello. Da cinque anni abito in una grande casa fatta di granito, usata per alcuni anni come scuola media, adatta a una famiglia come la mia che, se d’inverno è formata da otto persone (pur numerose), in estate si allarga e si restringe a fisarmonica. A giugno eravamo in quattro. È talmente distensivo stare sola coi bambini che per qualche minuto mi è sembrato persino di annoiarmi, come quando i miei figli, a quei bambini che hanno uno o due fratelli dicono “poverini, sono solo tre”, per poi ricredersi, loro e io. Poi arrivano le adolescenti femmine, la zia Grazia e lo zio Vale, gli adolescenti maschi, infine il marito che un po’ c’è un po’ non c’è ma quando c’è si sente. A questo nucleo fisso formato da tredici persone si aggiungono, a seconda degli anni, le amiche delle figlie o dei nipoti, la zia Palu che viene dalla Lituania e ha bisogno di luce, colore e mare, i nonni, lo zio d’America. Siamo arrivati a essere in diciannove, e un po’ la grande casa torna a essere la scuola che è stata, con schiamazzi e ore del silenzio. Poi a fine agosto torniamo a essere “poverini, solo quattro”. Un po’ scuola, un po’ grande caserma, dove l’unica legge resistita negli anni è: silenzio dalle due alle quattro. In quanto tutte le altre regole che inevitabilmente devono esistere ogni anno si cambiano, così da non avere vero valore di leggi. Ad esempio i turni di lavoro. A volte pensiamo che i figli siano cresciuti, così ci affidiamo al loro buon cuore. Ma se tre adolescenti hanno buon cuore, già sei non ce l’hanno di sicuro e, per non sentire sedici e ventenni dire “io ho apparecchiato ieri, tu hai sparecchiato tre giorni fa”, si riscrivono i turni di lavoro, e la sottoscritta, di anno in anno, fa un cappello introduttivo, “da generale o da carogna” del tipo: «Per la durezza del vostro cuore vi furono date le leggi». Oppure: «Fate tutto con un sorriso, solo le mamme possono protestare». Perché il paradiso per essere tale sulla terra ha bisogno di leggi. E le leggi sono fatte per essere cambiate.
Alcune famiglie vengono qui da tanti anni come noi, alcune sono scappate dal maestrale, alcune si sono aggiunte negli ultimi anni, altre vengono più per amor nostro che per il mare, altre speriamo nel tempo possano venire. Il paradiso è libertà, anche se qualche medusa, sia essa animale, cosa o persona, ci ricorda sempre che siamo ancora sulla terra. Il paradiso è un popolo che si muove, è una grande casa, un po’ scuola, un po’ caserma, un po’ agriturismo, un po’ biblioteca. Il 26 luglio, Sant’Anna, era il compleanno di Sonia e, come regalo, le abbiamo letto alcuni brani de L’annuncio a Maria di Paul Claudel, che il grande tema dell’amore che genera l’umano è per tutte noi. Seduta qui, per qualche ora sola e “poverina” nella grande casa, mentre guardo le foto di figli, nipoti e amici, che sorridono, più belli che in altri luoghi.
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