Fare tesoro (e scuola) di ciò che sopravvisse alla révolution
C’è più vita nella necropoli degli Alyscamps di Arles, che nei reality. «Sì come ad Arli, ove Rodano stagna», dove pare di sentire il passo di Dante tra i «sì duri lamenti» dell’Inferno. C’è vita alle sorgenti di Valchiusa cantate da Petrarca, nella Madonna col bambino della cattedrale di Avignone, nel monumentale acquedotto romano. Il passaggio in Provenza spiega perché dell’Europa ai viaggiatori interessi più il passato che riecheggia in un monumento funerario romano, che le immagini di una postmodernità impigliata nelle emozioni. «Bei tempi, quelli», dice mio figlio davanti a un cavaliere che impugna la spada a Le Baux. Bei tempi che tornano quando un professore come Laurent Lafforgue non si rassegna «allo Stato che dall’alto ha distrutto la scuola», e asserisce che la scuola «può rinascere dal basso», indicando ciò che la tradizione ha tramandato. E che ha resistito. Un ritornello ci segue dall’abbazia di Senanque alla cattedrale del Frejus: «Quello che vedete è ciò che è sopravvissuto alla rivoluzione». Cioè ai barbari.
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