Fatta la Finanziaria, ora per Prodi bisogna rifare gli italiani

Di Tempi
14 Dicembre 2006

Nascondere la foglia di una Finanziaria da lanzichenecchi dentro una foresta di diritti zapateriani può anche essere un’idea. Ma non abbastanza intelligente da far pensare che, nonostante l’impegno profuso da don Eugenio Scalfari nelle sue omelie domenicali, con le favole si riesca a far dimenticare agli italiani il caso di un classico “governo ladro”. In effetti il capo di questo governo ladro continua a dare segni di stupore allampanato quando gli italiani scendono in piazza a Roma o lo fischiano a Bologna. Secondo padre Romano, infatti, delle due l’una: o gli italiani sono tutti impazziti, o sono dei cafoni al soldo della propaganda dei demoni. Tertium non datur. Così, tranquillizzato dalla spiegazione che si dà allo specchio dei suoi uffici stampa e propaganda fide, il nostro paparino riprende il suo passo pacioso. E dice cose che deve aver imparato da un analista tutto particolare. Tipo che se lo fischiano «la democrazia va avanti»; e se lo contestano è la prova che «il governo sta facendo bene». L’inversione degli addendi, però, non cambia il risultato: come disse Carlo De Benedetti al Corriere della Sera nell’atto di fondazione del Partito Democratico Virtuale, Prodi non resta altro che l’amministratore del condominio di un governo tenuto insieme dallo sputo di una élite scalcinata. Che per far pagare ai contribuenti la propria pace bancaria e confindustriale ha bisogno di avere le mani libere per sé e lo Stato di polizia fiscale per il popolo. Così, intanto che i ricchi portano i soldi all’estero, il governo ladro, mentre ci sfila dalle tasche 35 miliardi di euri, promette a partiti dell’assistenzialismo statale che, se faranno i bravi (è questo il senso della minaccia del paparino, «se cado io si torna a votare») redistribuirà loro i 18 miliardi di spesa pubblica aggiuntiva previsti in Finanziaria. Da ridere? No. A quello ci pensano i vari Luxuria, Scaramella e Woodcock.

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