Feste eritree per le Corti islamiche Benserviti bosniaci ai mujaheddin

Di Eid Camille
19 Aprile 2007

Nella lotta al terrorismo, l’atteggiamento di alcuni governi è talvolta deludente in quanto dettato da interessi meschini che non contemplano il bene dell’intera comunità internazionale. L’esempio di Asmara, a questo proposito, è uno fra i tanti. La settimana scorsa, infatti, il presidente eritreo Issayas Afeworki ha ricevuto in pompa magna Sherif Sheikh Ahmed, capo delle milizie delle Corti islamiche, cacciato via da Mogadiscio dal governo provvisorio somalo e dalle truppe etiopiche. Il tutto, come è facile intuire, in nome della vecchia rivalità con Addis Abeba. Non importa poi se quelle milizie erano prossime alla creazione, nel Corno d’Africa (e quindi vicinissimo all’Eritrea) di uno Stato islamico sul modello dei famigerati talebani afghani.
Per fortuna, non tutti i paesi seguono questo esempio. Anzi, ce ne sono alcuni che danno prova di ripensamento. L’11 aprile il governo bosniaco ha deciso di ritirare la nazionalità a 367 ex volontari islamici stranieri che si erano arruolati durante la guerra nel reparto “mujaheddin”, costituito nel luglio del 1993 con un decreto dello stato maggiore dell’esercito bosniaco musulmano per inquadrare i musulmani arrivati da Arabia Saudita, Egitto, Algeria, Turchia, Sudan e altri paesi ancora. Checché ne pensino le organizzazioni dei diritti umani – che lamentano l’eventuale separazione dei nuclei familiari (molti di questi ex mujaheddin sono sposati con bosniache) e l’arresto di parecchi altri nei loro paesi d’origine – è fuori dubbio che quella cittadinanza acquisita rappresentava una “medaglia d’onore” che questi precoci protagonisti del jihad internazionale non potevano meritare.
camilleid@iol.it

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