FIABA E REALTA’/7
Dopo essere entrati nel regno di Feeria e aver valicato alcune delle sue valli e montagne, ne usciamo, e cosa portiamo con noi? A cosa serve leggere fiabe, nel senso più lato di opere di fantasia? Fantasia che, dicono i due cavalieri che ci hanno accompagnato, Tolkien e Chesterton, si basa sul riconoscimento della realtà, così che, quando la realtà è negata, come oggi, mancano i grandi lavori di fantasia per grandi e bambini. Due cose il lettore di fiabe ha colto. Primo: le fiabe ci parlano di boschi dalle magiche foglie arcobaleno per ricordarci che le foglie sono verdi, di un rospo che diventa principe per ricordarci che ogni sedicenne brufoloso cambia, non tutto è prestabilito, per noi qualcosa avviene di continuo e, per Chesterton, le parole che meglio descrivono tutto questo sono: “incantesimo”, “magia”, “stregoneria”. «Queste esprimono l’arbitrarietà del fatto e il suo mistero». Quando in una casa c’è un bambino è più evidente, per lui tutto ciò che capita, la realtà, non è un caso, non è una legge scientifica, è magia. Il biscotto che aprendosi rivela un inaspettato cuore di cioccolato è magico. La principessina di 4 anni che non riesce ad appendere la giacca, il giorno in cui ci riesce ed indossa le sue scarpe preferite di vernice nera esclama «ma allora sono magiche!» e la crescita di un bambino non si avvicina più a una magia che a una legge predeterminata? E come chiamare la trasformazione della principessina in un’adolescente malmostosa, se non “stregoneria”? Secondo: il sigillo principale della vera fiaba è la “gioia”, per Tolkien «una grazia improvvisa e miracolosa: non c’è da far conto che possa ricapitare» anche se sempre, dopo i terribili avvenimenti e le fantastiche avventure, riaccade con il lieto fine, il «capovolgimento gioioso, aspirazione del cuore che per un istante travalica i limiti del racconto… La caratteristica peculiare della gioia in un riuscito lavoro di fantasia può pertanto essere designata quale un improvviso balenare della realtà o verità sottesa».
Sette lunghi anni servito ho per te,
Il colle di vetro scalato ho per te,
Di sangue la camicia inzuppato ho per te:
Destare non ti vuoi, e me guardare?
Ed egli udì e si volse a guardarla.
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