Figli (italiani) di nessuno

Di Casadei Rodolfo E Esposito Francesco
13 Giugno 2002
Storicamente la famiglia è la Cenerentola del sistema fiscale italiano. Mentre i principali paesi dell’Unione Europea sgravano i costi di chi mette al mondo figli, l’Italia inizia timidamente solo adesso. E non senza ambiguità

I figli, si dice, so’ piezz ‘e core, sono i veri “tesori” di papà e mammà. Ma certamente in nessun luogo nell’Unione Europea questo tesoro ha un prezzo tanto alto quanto nel nostro Paese, dove il tasso d’invecchiamento è tra i più elevati al mondo, mentre quello di natalità il più basso (1,2 figli per donna, contro i 3,8 figli per ogni donna della comunità musulmana in Italia). Con ricadute spiacevoli sull’assistenza e la previdenza.

Padri di famiglia. Cornuti e mazziati

In effetti, non è un mistero che se le coppie italiane, rincorse dalle rate in scadenza del mutuo e da una pressione fiscale decisamente sopra la media Ue (vedi Tempi n. 17, 25 aprile 2002), rinunciano ai figli, è soprattutto per l’assoluta inadeguatezza dei sostegni riconosciuti per attenuare i costi della prole. Ossia di quel “capitale umano” che, una volta allevato, educato ed istruito (peraltro a carico esclusivo dei genitori), riversa la propria produttività a beneficio della società intera e rappresenta l’investimento strategico decisivo per un paese che intende continuare ad esistere e ad investire nel proprio futuro. Secondo gli statistici Filippucci, Drudi e Zacchia, soltanto col primo figlio la spesa di una coppia italiana aumenta fino al 30% per i primi 7 anni di vita del bambino, e del 44% per gli anni successivi (per complessivi 185mila Euro – 359 milioni di vecchie lire – dalla nascita ai 23 anni, calcolati su una famiglia con reddito medio-basso). Con tutto ciò, secondo uno studio pubblicato su Diritto Tributario dopo la riforma Irpef datata 1998 e il successivo aumento degli sgravi fiscali per ogni figlio a carico, per una famiglia di 5 elementi con reddito annuo pari a 12mila e 400 Euro, il sistema fiscale italiano ammette per il mantenimento di ciascun figlio un costo implicito pari a 1,24 Euro giornalieri. Eppure riconoscere la dignità del procreare avrebbe ricadute positive anche su quella “capacità di solidarietà” per cui i genitori italiani hanno assunto nel corso degli anni la funzione di preziosissimi ammortizzatori sociali: secondo i rilevamenti Eurobarometer ed Eurispes le fonti di reddito per i giovani dai 20 ai 30 anni in Italia provengono per oltre il 67% dalla famiglia, come conferma un’indagine Istat dello scorso aprile. Ed è ancora la famiglia ad occuparsi degli anziani con pensioni minime o non autosufficienti (ciò vale, ad esempio, per l’80% dei malati di Alzheimer, assistiti in famiglia).

Dal Welfare State alla Welfare Society

Il sistema fiscale italiano ha sempre ignorato la famiglia come soggetto tributario, preferendo una visione individualistica della tassazione (con detrazioni d’imposta per le persone eventualmente a carico del contribuente, proporzionate al reddito). Un trattamento che assegna scarso rilievo all’impegno economico derivante dalla scelta di procreare, o di dedicarsi a tempo pieno alla crescita e all’educazione della prole (con notevole risparmio per lo Stato in termini di servizi sociali, ad esempio asili nido). Lo ha richiamato anche la nostra Corte Costituzionale, in diverse sentenze: «l’attuale trattamento fiscale della famiglia penalizza i nuclei monoreddito e le famiglie numerose con componenti che non producono, o svolgono lavoro casalingo» (Sen. 358/1995). Purtroppo, mentre tutti i paesi europei hanno affrontato il problema della pressione fiscale sulle famiglie attraverso misure di riequilibrio che riconoscono effettivamente i carichi familiari (splitting tra i coniugi del reddito prodotto – cioè somma e divisione per 2 – con detassazione del “reddito minimo vitale” e detrazioni non simboliche per figli a carico; oppure basic ìncome familiare, cioè deduzione dall’imponibile del “minimo vitale” necessario al mantenimento di ogni figlio), in Italia la gran parte delle politiche familiari dell’ultimo decennio si sono risolte in misure assistenzialistiche. Nel nostro paese la famiglia non è ancora riconosciuta come una risorsa per la società, un “bene comune” in quanto tale, a prescindere dal reddito, ma assume rilievo pubblico soltanto quando è “bisognosa” (sotto la soglia di povertà, con reddito basso o con gravi problemi di assistenza). Altrimenti la scelta di fare famiglia rientra nel campo delle opzioni individuali, irrilevanti ai fini sociali. Avere un figlio o abortire, convivere in due o in tre, con lo stesso sesso o sessi diversi: tutto è sullo stesso piano.

Famiglie italiane, le più tassate d’Europa

Lo scorso anno, poco prima delle elezioni, un’inchiesta de Il Sole 24Ore aveva appurato che la famiglia italiana è enormemente più tartassata di quella francese e di quella tedesca: gli oneri Irpef su un reddito familiare equivalente a 60 milioni di lire per un contribuente italiano coniugato con 2 figli risultavano 14 volte maggiori di quelli di un tedesco nelle stesse condizioni e quasi 8 volte quelli di un francese. Mentre se si raffrontava la posizione dei single con lo stesso reddito, quello italiano era tassato “soltanto” il doppio di quello francese e un 50% in più di quello tedesco. «In Germania le spese per i figli detraibili dalle tasse sono tantissime – spiega Luisa Santolini, presidente del Forum delle famiglie -, anche i viaggi all’estero per imparare l’inglese, anche l’acquisto di un computer; per non parlare dei libri di testo scolastici. Non è un caso che questi paesi abbiano cominciato a risalire la china demografica».

Il Governo non tradisca la sussidiarietà

Cambierà qualcosa con l’uscita di scena del centro-sinistra e il governo del centro-destra? Per ora i segnali sono misti. La legge delega per la riforma del sistema fiscale è un tipico esempio di questo. «Questa legge – spiega la Santolini – cambia il sistema in meglio nella misura in cui passa, per quanto riguarda le famiglie, dalle detrazioni alle deduzioni fiscali. Ma ricade nel vecchio errore culturale della sinistra nel momento in cui annuncia che le deduzioni per i familiari a carico saranno inversamente proporzionali al reddito, fino a scomparire sopra un certo tetto di entrate.

Siamo alle solite: i figli, tutti i figli, non sono considerati un investimento a vantaggio di tutta la società, ma un peso che alcuni, i meno abbienti, faticano a portare, per cui bisogna aiutarli». Spieghiamo: con la nuova legge si potranno effettuare deduzioni sull’imponibile, e questo è positivo perché è un riconoscimento del valore sociale delle spese della famiglia per i figli; ma gli sgravi saranno tanto più leggeri quanto più alto è il reddito. Al punto che sopra un certo reddito (non ancora precisato) il trattamento fiscale riservato a un single e ad un coniugato con figli sarà lo stesso.

«E questo è sbagliato, perché a parità di reddito chi ha figli non può e non deve mai essere trattato come chi non ne ha, perché il primo fa un servizio alla società: nel mondo che stiamo costruendo, un giovane ha sulle spalle il welfare di 8-9 adulti anziani.

Allora, mettere un tetto di reddito significa ribadire un’idea assistenzialistica di politiche familiari, e usarle impropriamente per la redistribuzione della ricchezza fra ricchi e poveri.

Se si vuole redistribuire, cosa giustissima, si intervenga sulle aliquote, non sugli sgravi per i figli».

Stesso schema per quel che riguarda la legge sugli asili nido. Il progetto di legge è ottimo, prevede agevolazioni fiscali per le famiglie che si servono di “microasili” o nidi aziendali. Ma un recente decreto ministeriale attuativo di alcuni contenuti della Legge finanziaria che “anticipano” la legge ancora in discussione ha introdotto misure di fatto discriminatorie: sono state fissate agevolazioni fiscali pari a 2.000 euro a bambino per le famiglie che usufruiscono di nidi aziendali e per le aziende che li istituiscono, mentre nulla è stato previsto per nidi eventualmente creati da associazioni e cooperative familiari.

Per poter usufruire dei vantaggi fiscali i nidi in questione devono, per di più, essere “gestiti dai Comuni”. E questo, da parte di un governo che si proclama antistatalista e sostenitore del principio di sussidiarietà, risulta davvero un po’ strano, per non dire altro.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.