Figlio di un impossibile “riformismo dall’alto”, il Partito democratico non darà spazio al cambiamento
Un riformismo verboso, malato, inconcludente si ripresenta di legislatura in legislatura. I politici riformisti – ma quasi tutti si autoproclamano tali – scaricano le colpe sui blocchi corporativi, che tuttavia essi stessi alimentano o proteggono a fini di consenso elettorale immediato. Si lamentano con Orazio: “Video bona proboque, sed deteriora sequor”. La nascita del Partito democratico, presentato in lacrime sul palcoscenico della storia, ripropone l’interrogativo sulla malattia endemica del riformismo di sinistra in Italia. Il baco sta nel paradigma costitutivo: è il giacobinismo, che sottoproduce il cosiddetto “riformismo dall’alto”, retorico e inconcludente.
Il paradigma giacobino per generare il cambiamento è noto: è quello della rivoluzione. Si tratta di combinare coercizione ed egemonia, come suggeriva Gramsci, per conquistare il potere statale e poi usarlo per piegare la società riluttante al Grande progetto. La sinistra del Dopoguerra è diventata democratica, perché l’uso della coercizione per la conquista del potere statale è stato gettato in pattumiera, ma la conquista del potere statale come leva centrale del cambiamento è rimasta nel paradigma. Così il riformismo diviene statalista e muove dall’alto per scendere a cambiare la società in basso. I riformisti bene intenzionati e generosi si autorappresentano come quelli che riescono a mettere le mani sulla macchina dello Stato e a usarla democraticamente a fini di innovazione. Ma lo statalismo è la clausola nascosta di autodissolvenza del riformismo dall’alto. Perché muovendo dall’alto non è possibile dare spazio a soggetti di cambiamento che nascono naturaliter dalla società. Se è lo stato il motore del cambiamento sociale, allora è da lì che bisogna partire. Ma se il motore effettivo e potente del cambiamento è la persona, da sola e in compagnia, se sono i soggetti civili, sociali ed economici i protagonisti della storia, riformismo significa aprire ogni spazio a costoro. Il riformismo dall’alto non offre spazi, li sequestra. Ma con ciò taglia il ramo sul quale sta seduto. Insomma, riformismo statalista è un ossimoro. Esso non accumula forze per il cambiamento, perché ne impedisce il protagonismo e lo sviluppo. Contenuto e metodo si tengono. Qui sta la questione cruciale della cultura politica del Pd. L’intreccio tra lo statalismo cattolico post-sturziano e quello vetero-giacobino comunista e socialdemocratico non annuncia grandi riforme.
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