Finalmente in Pacs

Di Manes Enzo
21 Dicembre 2006
Cominciò la Danimarca, nell'89. Poi, un po' alla volta, l'intero Occidente benedisse le unioni gay. Era solo questione di tempo

Allora se ne parlò sui giornali come di una cerimonia breve ma emozionante. Era il 21 ottobre 2002. Alessio De Giorgi e Christian Panicucci si erano uniti in matrimonio nella sede del Consolato di Francia, a Roma, secondo il rito dei Pacs, i patti civili di solidarietà già in vigore oltralpe dal 13 ottobre 1999. Furono le prime nozze gay celebrate in Italia, seppur su territorio straniero. «Abbiamo coronato un sogno», così la coppia all’uscita da palazzo Farnese, attorniata da parenti, amici e i due testimoni: Franco Grillini, presidente onorario di Arci Gay, e il filosofo Gianni Vattimo. Poi, tutti a far festa in piazza Farnese. Un piccolo gesto di fedeltà. In quella che è stata la caput mundi della società moderna italiana cadeva il tabù del matrimonio fra omosessuali. Quasi anticipando un nuovo modus vivendi, un nuovo stile quotidiano, una nuova dolce vita. Ineluttabile. Normale, come ha detto il filosofo Stefano Bonaga: «Il concetto stesso di “omosessuale” è una ipostasi storicamente recente, di origine discriminatoria».
Quando c’è amore, tenerezza, complicità, c’è tutto. Che importa di che sesso sono i contraenti il patto di reciproca fedeltà? Un po’ di pazienza ancora e nessuno avrebbe più fatto caso al tipo di unioni: «Facciano pure, contenti loro.». Anche se il preambolo giuridico-culturale conveniva svilupparlo sempre: «Lo Stato riconosca e rispetti tutti i rapporti fra persone che siano uomini, donne, gay, lesbiche. Forti di una piena fiducia nell’amore umano e di un senso di autentica solidarietà con l’uomo, le sue esigenze, i suoi problemi», sintetizzava Cristoforo Palomba, segretario nazionale delle Comunità cristiane di base. Massimo Fini, più terra terra, anticipava ciò che si farà largo: «La cosa più semplice è legalizzare le nozze omosessuali. Che senso ha istituire per tutti un istituto ibrido quando ce n’è già uno, il matrimonio, che è perfettamente adatto a esaudire le esigenze di una coppia?».
Intanto la parte del pianeta più avveduta aveva già costruito una serena tolleranza sulle questioni d’amore. La Danimarca, addirittura nel 1989, riconosceva le unioni fra omosessuali, concedendo loro gli stessi diritti degli altri sposati in materia di alloggi, pensioni, immigrazione e adozione. La Svezia, dal 5 giugno 2002, diveniva il primo paese al mondo dove le coppie gay registrate potevano adottare bambini provenienti da altri paesi. In Belgio oltre la metà delle adozioni interne era frutto di amore e generosità di coppie omo, soprattutto lesbiche.

Un vero toccasana
Insomma, il mondo si muoveva verso un’armonia condivisa, in nome di buon senso e lievità: ogni distinzione è discriminazione, occorre superare ogni forma di diversità esclusiva e conservare una posizione neutra rispetto alle scelte dei singoli. Coniugare ogni possibile fantasia con il diritto. E poi tutte le varietà di unione con l’adozione di bambini. Ciascuno si sentiva libero di organizzare la propria vita familiare secondo le formule di maggior appeal. Sondaggi e studi sulla famiglia finalmente potevano occuparsi di tale istituto in tutte le sue variabili. Una ricerca pubblicata in Inghilterra sul Journal of Epidemiology and Community Health diceva che le unioni, sia etero che omosessuali, fanno bene alla salute, sia fisica che mentale. E l’autore dello studio, il professor Michael King, assicurava che il riconoscimento sociale dei matrimoni tra persone dello stesso sesso ha aiutato ad abbattere i pregiudizi e a migliorare la stabilità delle coppie.

Le nozze glamour di Elton e David
E mica poteva rimanere indietro il Sudafrica. Il paese che aveva liquidato l’apartheid riusciva a superarsi, fino al punto di dire sì al matrimonio gay. La Spagna produceva la legge che dava il via libera ai matrimoni fra omosessuali, lasciando loro la possibilità di adottare figli. Lo storico provvedimento venne approvato a fine giugno 2005. E fu salutato con tutti gli onori del caso dalle realtà politiche e intellettuali dell’Occidente più sensibili al cambiamento. Le unioni civili furono introdotte nel Regno Unito alla fine del 2005. Ne beneficiò immediatamente un sodalizio sentimentale che durava da qualche tempo tra la pop star Elton John e il compagno David Furnish. Il matrimonio andava in scena nella splendida cornice di Windsor, immortalato da infiniti flash e raccontato come si conviene dai classici tabloid. In un anno, secondo un annuncio dell’ufficio di statistica, si registrarono quasi 16 mila unioni civili gay. Il governo si aspettava di raggiungere questi numeri solo nel 2030.
Dall’altra parte dell’oceano, si muoveva il Canada con la legge approvata nel giugno del 2005. Negli Stati Uniti il dibattito continuava da tempo. Però solo il Massachussets riconosceva formalmente le unioni omosessuali. Comunque qualcosa stava succedendo negli orizzonti più inaspettati se la figlia di Dick Cheney, lesbica dichiarata, poteva comunicare a papà e alle tv di tutto mondo, mano nella mano con Heather, di essere rimasta incinta: «Sono al settimo cielo».
Ma, come in ogni famiglia che si rispetti, anche le unioni gay manifestavano infine i primi rovesci. In Gran Bretagna, una coppia che si era unita in matrimonio solo tre ore prima delle celeberrime nozze di Elton John, decideva dopo pochi mesi per il divorzio. Ma anche in Spagna finiva in fumo un matrimonio gay. E il coniuge che si occupava delle incombenze domestiche otteneva pure l’affidamento dei cani. Così andava a farsi benedire l’idea che solo le unioni omosessuali fossero ormai la sola sentinella della fedeltà coniugale.

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