Fiorello da Sondrio

Di Bottarelli Mauro
24 Giugno 2004
A Sondrio Forza Italia e Lega si contendono la Provincia in un ballottaggio di fuoco. Con metà degli azzurri locali che vota per il Carroccio

Ci sono due modi per raccontare questo viaggio – ahimè tutto politico – a Sondrio. Il primo – al netto della tranquillità quasi irreale, dei pizzoccheri, della qualità della vita quasi scandinava e queste montagne che ti circondano austere, per qualcuno protezione per altri oppressione – è quello cronachistico, asettico, britannico nella sua netta scissione tra fatti e commenti. Vedete un po’ se vi soddisfa, eccolo.
Sarà una lotta tra senatori. Da una parte il retico Eugenio Tarabini, presidente uscente. Dall’altra Fiorello Provera, presidente in carica della commissione Esteri del Senato. Un duello tra titani, dal quale è rimasto escluso – per 1.545 preferenze – Giacomo Tognini, il candidato del centrosinistra che ha scontato il fatto di non essere molto conosciuto nonostante l’impegno della coalizione che lo sostiene. Inutile dire che il risultato ha sorpreso davvero tutti, compresi gli stessi interessati, che mai si sarebbero attesi un simile exploit della Lega Nord, che dal 17% dei voti incassati nel ’99, oggi passa al 21,58% con un risultato del suo candidato a dir poco strabiliante: 28,31%. Solo cinque anni fa l’allora sfidante di Tarabini – l’attuale segretario della Lega, Pierluigi Zeli – lasciò il posto al ballottaggio ad Enrico Dioli dopo aver preso solo il 19,92% dei consensi, contro il candidato di centrosinistra che prese il 36,62%. Benissimo è andato anche il presidente uscente che si è portato a casa il 32,19% delle preferenze. Male il suo partito: i Retici che dal 12,29% di 5 anni fa passano al 9,21%. Complessivamente il centrodestra totalizza il 32,2% dei voti di lista. La Lega il 28,3% e il centrosinistra il 26,8%. Un duello per niente facile quello in programma il 27 giugno. E dai risultati tutt’altro che scontati. Che ne dite, bene così o preferite leggere anche la seconda metodologia di trattamento del tema, quella un po’ pepata da retroscena politico molto poco valligiano e molto, molto romano?
Eccola, scegliete voi. Ora, nonostante la Seconda Repubblica ci abbia abituato ormai a tutto, ammetterete che un ballottaggio tra il candidato di Forza Italia e quello della Lega per un consiglio provinciale fa un po’ sorridere, o no? Bene, a chi pensasse che tutto questo sia figlio illegittimo della tensione innescata all’interno del Carroccio dalla forzata assenza di Bossi o dai dissidi con Udc e An sul piano nazionale rispondiamo “no”, che si sbaglia di grosso. Questa situazione è infatti figlia di “cose vecchie”. Partiamo da principio. Eugenio Tarabini è quello che si definisce in gergo una vecchia volpe della politica: parlamentare della Dc con all’attivo 35 anni in parlamento, tra Camera e Senato oltre a un incarico da sottosegretario al Tesoro, all’inizio degli anni Novanta paga, come tanti, lo scotto di Tangentopoli e della fine ingloriosa della Balena Bianca. Abituato a navigare a vista nel mare tempestoso della politica di palazzo, nel 1992 fonda con un manipolo di suoi amici ex democristiani il movimento “Popolari retici” che, a pochi mesi dalla nascita, guadagna subito qualche sindaco di centri minori in Valle. Dietro l’angolo sta per nascere Forza Italia ma il partito del Cavaliere quassù, tra gente dai modi schietti e dalla poca propensione alle chiacchiere, non sfonda: l’Ulivo, in un sol boccone e senza lottare troppo, vince la presidenza di Provincia e Comune di Sondrio. Uno smacco senza precedenti che spinge il coordinatore e onorevole azzurro lombardo, Paolo Romani, a correre ai ripari: la questione è semplice ma va posta in tempi rapidi, come vincere alle provinciali? Come in una commedia di Bob Reiner, la love story sembra scritta nel destino color celeste di questo cielo senza confini. I Popolari retici calano immediatamente i loro assi e dicono chiaro e tondo ai forzisti: «Per vincere bisogna candidare Tarabini», l’eterno uomo della provvidenza. E qui Paolo Romani compie il primo, ma non ultimo, enorme errore politico: sicuro di poter pilotare e controllare facilmente un piccolo movimento, “abbocca” alla proposta e dà via libera a Tarabini non conoscendo né la tempra dell’uomo né la sua proverbiale concezione assoluta e personalistica del potere. Di più, con il passare dei mesi il deus ex machina della Valtellina porta progressivamente sulle sue posizioni quegli stessi uomini che da Milano il partito aveva messo in giunta con il preciso scopo di limitarne l’azione e di depotenziarlo. Cinque anni scorrono lenti e sonnacchiosi, la Valle resta quell’operoso lembo di terra di sempre ma il regime instaurato da Tarabini comincia a stancare non solo la gente ma anche – e soprattutto – gli imprenditori, stufi di immobilismo e accentramento. Si giunge quindi alle elezioni di quest’anno e tutti, ma proprio tutti, evidenziano come la ricandidatura di Tarabini sarebbe nefasta per la coalizione di centrodestra, anche per il chiaro isolamento in cui il presidente si è volontariamente rinchiuso: con la Regione Lombardia, ad esempio, ha un rapporto mediato attraverso il Tar. Nel senso che fa causa al Pirellone per qualsiasi cosa. Di più, non c’è dialogo né con le forze economiche né con quelle sociali: ma l’uomo nuovo c’è. è Gianmaria Bordoni, consigliere regionale eletto in Valle, che prima vince il congresso provinciale di Forza Italia in gennaio e poi garantisce la sua disponibilità per la candidatura alla Provincia. Ferito da questo reato di lesa maestà politica, Tarabini fa affidamento di nuovo alla vecchia alleanza con Paolo Romani: il quale, diabolicum, ci casca un’altra volta. Il candidato di Forza Italia, imposto da Roma via Milano, è ancora Tarabini: la coalizione, però, scricchiola. An ci sta mentre l’Udc ringrazia sentitamente ma non vuole più avere a che fare con Tarabini. E la Lega? Il Carroccio, a livello nazionale, sceglie comunque di andare da solo al primo turno e quassù candida un pezzo da novanta, il senatore Fiorello Provera: quella che all’inizio sembrava una candidatura di bandiera si trasforma rapidamente in un voto di raggruppamento nel momento in cui si capisce chiaramente che Tarabini verrà rieletto poiché la sinistra non ha la forza di contrastarlo. Provera diventa quindi referente, all’interno del centrodestra, di chi non vuole più Tarabini. E non meno importante, non vuole più decisioni calate dall’alto. Quella di Provera diventa la candidatura del cambiamento e lui, capita la dolce musica della ribellione azzurra, sui suoi manifesti elettorali scrive solo “Provera presidente” e omette il simbolo della Lega: come dire, sono il candidato di tutti. Per lui parlano i risultati: Forza Italia in Valle alle europee prende il 28,5% e alle provinciali il 20%. Indovinate il perché di questa differenza, di questi splitting al bitto? Ora, unite questi voti all’exploit della Lega che, correndo solitaria, ottiene il 22% e capirete come Provera abbia potuto superare il candidato della sinistra e andare al ballottaggio. E ora, chi vincerà? Un dato è sicuro: Tarabini ha fatto il pieno al primo turno, può trovare solo qualche voto a sinistra grazie a vecchi rapporti trasversali e consociativi che quest’uomo senz’altro abile non ha mai troncato. Realisticamente, però, bisogna dire che il suo carisma sta perdendo smalto: i suoi “Popolari retici”, infatti, sono crollati al 7-8%. Da parte sua Provera sta cercando di mantenere il profilo dell’uomo che guarda al futuro della Valle ma, a tutt’oggi, gli giocano contro tre fattori: è già presidente della commissione Esteri, quindi potrebbe dedicare poco tempo alla Provincia. Secondo, non ha mai fatto l’amministratore locale e terzo – più sussurrato – il suo grado di reale autonomia dai diktat della Lega. Comunque finisca, la Valtellina ha dimostrato che anche un indistruttibile può perdere, che il re è nudo. E qualche foglia di fico presa dal giardino pensile della segreteria di partito non può bastare.

MILANO SI GIOCA LA PARTITA FINALEInutile girare intorno alla realtà, portarla a spasso come un cagnolino al guinzaglio salvo poi segregarla o peggio abbandonarla lungo l’autostrada delle convenienze di comodo: il ballottaggio per la presidenza della Provincia di Milano che vede opposti Ombretta Colli e Filippo Penati è un voto politico nazionale. Terribilmente importante, oltretutto. Lasciate stare l’istituzione provinciale in sé, non curatevi dei limitati poteri di Palazzo Isimbardi: qui c’è di mezzo la sopravvivenza della “fortezza lombarda”, ovvero quella chiazza di azzurro nel mare magnum del rosso ulivista delle amministrazioni locali. Milano ha sindaco di centrodestra, Provincia di centrodestra e soprattutto ospita un governo regionale di centrodestra: un simbolo ma anche un segnale. Dopo la sfilata solitaria, un po’ pavone un po’ Wanda Osiris della politica, al primo turno la Lega sembra decisa a portare in dote alla Colli il suo 9% di preferenze: decisivo, non c’è dubbio. E non solo per il futuro della Colli. Giocando a mani libere il Carroccio, con le sue impuntature e le sue trattative, fa politica molto più di quanto non facciano An e Udc: rischia, tira la corda fino al limite, alza il prezzo rischiando di perdere tutto ma puntando al bottino pieno. Oggi la sfida appare decisiva: se infatti a Milano il centrodestra dovesse perdere nonostante l’appoggio leghista, il peso reale del Carroccio all’interno della coalizione sarebbe drasticamente ridimensionato e anche Silvio Berlusconi, da sempre fautore di un rapporto privilegiato con i lumbard, dovrebbe prendere atto della non indispensabilità dell’alleato e cedere alle pressioni di An e Udc, entrambe uscite in ottima salute dalle europee. Qui non si scherza, perdere Milano potrebbe significare un pericoloso cambio di scenario all’interno della Cdl, un salto nel buio dalle conseguenze difficilmente immaginabili a meno di un anno dalle elezioni regionali. Consegnare Palazzo Isimbardi a Filippo Penati, poi, rappresenterebbe una sferzata di entusiasmo per la sinistra, un segnale di riconquista possibile pari a quello della vittoria di Sergio Cofferati a Bologna: pur nelle sue limitate competenze, poi, la gauche ambrosiana sarebbe sicuramente in grado di fare danni, a partire dal delicato fronte dell’istruzione e della formazione. Per tutti questi motivi e per molti altri ancora, quindi, sabato e domenica sacrificate un quarto d’ora del vostro tempo e andate a votare: la vittoria di Ombretta Colli è molto più importante di quanto sembri.

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