Fondi di caffè
Italiani brava gente, ma pasticcioni o sfortunati. Soprattutto nelle questioni serie: una volta era la guerra, adesso la finanza. Da qualche settimana è un bollettino da Caporetto: italiani maglia nera tra i gestori di fondi nel mondo (sic!), industria del risparmio in crisi, performance in caduta libera. In un’attività dove contano materia grigia e riflessi pronti, la collettività nazionale non riesce ad esprimere categorie professionali di standard internazionale? Potrebbe anche darsi, e non ci sarebbe da scandalizzarsi più di tanto, pensando alla rapidità con la quale in pochi anni è stato messo in piedi, dal niente e nella sostanziale indifferenza dell’establishment nostrano, uno dei maggiori mercati mondiali dei prodotti di risparmio. Un mercato che ora fa gola a tanti, dove la guerra di conquista si combatte a colpi di comunicazione. E’ però un settore dove di scientifico (nel senso di sperimentabile e riproducibile) non c’è molto e dove le statistiche si prestano a una gamma di interpretazioni modulabili. Tra finanza e spaghetti c’è incompatibilità congenita? Prima del fatale anno 2000 sembrava che fossero invece i più blasonati nomi internazionali a passare da un guaio all’altro. E per il futuro? Non possiamo che interrogare i fondi, di espresso, naturalmente.
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