Forcaioli d’Italia e giustizia in moviola

Di Tempi
23 Febbraio 2000
Forcaioli d’Italia e giustizia in moviola

Nell’Italia della sinistra di lotta e di governo, si è arrivati a far assaporare al grande pubblico anche il gusto della forca calcistica. Si tratta naturalmente di una variante volgare del Circo della Virtù che domina la cosiddetta seconda Repubblica nata sulle ceneri di Angela (film che, altro che American Beauty, dovrebbero vedere tutti, grandi e piccini), ovvero su quella miserabile prima epoca repubblicana, che perlomeno conservava un minimo di civiltà politica e giuridica. E così, dopo la bava di Forlani, la bara di Craxi e le trasmissioni in Pretura, vediamo i rotocalchi sportivi trasformarsi in tribunali speciali dove non si vedono più i goal della settimana, no: grazie all’uso pervasivo della telecamera – davvero, come nel film Truman Show, oramai giudice divino che trasforma ogni realtà in farsa – nelle trasmissioni sportive domina il chiacchiericcio sui crimini arbitrali e il dibattito tarantolato financo sui peti dei calciatori. Con il risultato che al bar sport ci si può accoltellare per una discussione sul derby, mentre quei poveretti di allenatori e calciatori miliardari, ogni domenica che passa sono sempre più autorizzati a lamentarsi e a dichiararsi vittime di complotti (ma poffarbacco, niente slogan razzisti, tifo educatino e “hasta la victoria siempre san valentino!”) Avendo debordato perfino negli stadi, il forcaiolismo è talmente dilagante che oggi perfino il Corriere della Sera si concede il lusso di accarezzarne la corda. Davvero i problemi dell’Italia sono di ordine penitenziario e delinquenziale? Sì? E allora ragioniamone sui fatti e, ad esempio, su taluni di quelli proposti alla nostra attenzione da Adriano Sofri, che giustamente sta in galera. Bene, si dice che i magistrati di sorveglianza sono di manica troppo larga e che rimettono in libertà troppi detenuti: “I magistrati di sorveglianza sono irrisoriamente pochi e pochi hanno una vocazione e dunque una competenza alla loro delicatissima funzione, altri vi passano provvisoriamente e di malavoglia. I permessi che concedono sono largamente subordinati alla pratica della collaborazione e della delazione”. Si dice che in Italia le leggi sono troppo permissive e che si parla troppo facilmente di amnistia. “Mai nella storia repubblicana c’era stato un così lungo tempo senza una misura di indulgenza. Al suo posto sono venuti i massicci provvedimenti di premio ai ‘pentiti’, che hanno rimesso in libertà, e con le tasche piene, migliaia di autori di delitti tra i più odiosi”. E chi sono, diciamo noi, i campioni di questa Italia che per quasi un decennio ha indagato solo sui politici, e che per incastrare i quali ha rimesso in libertà “pentiti autori di delitti tra i più odiosi”? Prendete il grandissimo Giancarlo Caselli: volete che non facesse carriera e che non venisse promosso a Direttore del sistema penitenziario italiano uno che ha tenuto banco su tutti i giornali e che ha fatto spendere decine di miliardi ai contribuenti per istruire e perdere il processo del secolo contro Andreotti? Le carceri italiane sono un albergo. Ma certo. Epperò, se anche la Baraldini che è stata fatta oggetto di tante premure governative, ammette che, albergo per albergo, si stava meglio in quello americano, non vi viene il dubbio che chissà allora come se la passanno quelli che non hanno un ministro di Grazia e Giustizia per amico? Come han proposto alcuni eroici giudici di mani pulite, vogliamo proprio metterli subito in galera i delinquenti, dopo la sentenza di primo grado e senza aspettare (anzi, possibilmente abolendo) l’Appello? Ma certo: e come farete a metterli in galera nel caso che gli accusati siano gente come l’ingegner Carlo De Benedetti, proprietario di Repubblica e dell’Espresso, che vi comunica con garbo “senza i miei giornali la sinistra non sarebbe al governo” e che al processo per il crac Ambrosiano fu condannato, in primo grado, a sette anni di carcere? Suvvia, siamo seri, se dopo dieci anni di giudici in prima linea, programmi della scuola riformati per far posto all’educazione alla legalità, ex magistrati fatti senatori per gli stessi meriti del cavallo di Caligola, i risultati sono questi, beh, meglio trasformare i Palazzi di Giustizia in tribunali militari e mandare al plotone di esecuzione non soltanto i ladri e gli assassini, ma anche tutti quei giudici, pubblici ministeri e associazioni di magistrati che invece di fare il loro mestiere hanno fatto politica, combattuto ogni riforma della giustizia, contribuito a dare all’Italia quello sfascio giudiziario che è sotto gli occhi di tutti (vedere qui di seguito, compresi gli occhi della Corte europea).

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