Fouad Twal

Quando, nel settembre dello scorso anno, si diffuse la notizia che l’arcivescovo di Tunisi Fouad Twal era stato nominato vescovo coadiutore del patriarca di Gerusalemme con diritto di successione, tutti capirono che la Santa Sede aveva deciso di modificare il profilo del suo impegno nell’area. Monsignor Twal ha lavorato 15 anni nella diplomazia vaticana, è arabo ma non palestinese e gli è stata affidata la successione al patriarca Sabbah con ben tre anni ello internazionale e della Chiesa universale per poter sanare, rimediare, aiutare. È tutta un’altra cosa essere dentro, camminare in queste strade, strade strette in tutti i sensi dove anche il Signore ha camminato e ha portato la Croce per la salvezza di tutti. Ora si tratta di portare la nostra croce, camminare nelle stesse strade e avere il nostro Venerdì santo con tutto il popolo, non da soli. Soffrire con loro, sperare con loro, aspettare qualcosa di nuovo con loro, raggiungere un giorno la gioia della Resurrezione. A Gerusalemme, città santa per tutti i credenti in Dio: ebrei, musulmani e cristiani.
Spesso si parla di una cultura del rifiuto reciproco fra i gruppi che vivono in questa regione. Lei pensa che questa cultura del rifiuto sia insuperabile, oppure c’è qualcosa su cui far leva – e lei già comincia a vederlo – per superare la cultura del rifiuto e muovere verso una cultura dell’accettazione?
Per guarire dobbiamo cominciare a sanare le cause, e non le conseguenze, di questo rifiuto. Cause che stanno da tutte le parti: israeliana, musulmana o anche cristiana. Dobbiamo ammettere che c’è un’ingiustizia palese, c’è una questione palestinese che da 50 anni non trova la sua soluzione. Questo non fa che aumentare l’incomprensione, l’odio, il rifiuto. Non dobbiamo accontentarci di constatare che c’è un rifiuto. Cos’è che ha causato questo rifiuto? Possibile che una causa vecchia di 50-60 anni non trovi una soluzione? O non c’è volontà di una soluzione? Dobbiamo sentirci tutti responsabili: sia coloro che soffrono il dramma palestinese, iracheno, mediorientale, libanese dal di dentro, sia chi lo vede da fuori; dobbiamo tutti fare il possibile per rimediare la situazione.
Su Tempi abbiamo raccolto alcune voci che sostengono la necessità di una nuova Conferenza di Madrid per una soluzione globale dei problemi dell’area. Come vede l’ipotesi di tornare a quella struttura giuridica per riunire le parti e cercare una soluzione globale, che riguardi la crisi israelo-palestinese ma si allarghi a tutta l’area?
Credo che dobbiamo ammettere che la crisi israelo-palestinese si estende a tutto il Medio Oriente. Possiamo anche considerarla una concausa del fanatismo islamico in tutto il mondo. Causa, pretesto, occasione: chiamatela come volete. Ritornare a Madrid, ritornare a Oslo? È un po’ come quei cristiani che vogliono un Concilio Vaticano III: non abbiamo realizzato neanche la metà del primo e del secondo, e volete il terzo! Io dico: mettiamo in atto tutto quello che è stato deciso a Madrid, se è possibile. Più rimandiamo la soluzione, più la gente continua a soffrire, più l’odio aumenta, più l’incomprensione aumenta. Lo ha detto recentemente il Santo Padre e lo dicono le Nazioni Unite: sicurezza per lo Stato di Israele, uno Stato dei palestinesi al 100 per cento con la sua bandiera e frontiere sicure, e abbattimento del muro che è stato costruito e che non fa che aumentare l’odio e l’incomprensione. Così facciamo saltare altri muri di incomprensione e di odio. Facciamo giustizia, e avremo la pace tutti quanti. Sono 60 anni che facciamo incontri, discorsi, condanne l’uno dell’altro, pregiudizi o simpatie per l’uno o per l’altro; ma nessuno ha messo le mani in pasta per sanare e per guarire.
Il tema all’ordine del giorno in Medio Oriente è la forza multinazionale di interposizione per l’attuazione delle risoluzioni dell’Onu che riguardano Israele e il Libano. Lei cosa pensa di questa iniziativa?
Quello che sta avvenendo è bello e importante, perché finalmente l’Europa assume un ruolo significativo in Medio Oriente. Finora abbiamo avuto l’impressione che all’Europa non fosse concesso di avere voce in capitolo nella questione palestinese. L’Europa dava finanziamenti, ma non aveva una parola sua sulla questione, che era come un dominio riservato ad americani, britannici e israeliani. E si è sentita messa al bando. Adesso l’Europa ha un’occasione d’oro per mettersi dentro seriamente, per far sentire la sua voce, per avere un ruolo attivo non solo nella partita fra Israele ed Hezbollah, ma anche nella questione palestinese. Perché possiamo riuscire a proteggere Israele da Hezbollah, ma la questione palestinese rimane. Palestinesi e israeliani sono “condannati”, o chiamati, a vivere insieme. Allora io dico: magari si potesse inviare una forza internazionale di interposizione anche a Gaza! Israele con un bel gesto di Ariel Sharon si è ritirato da Gaza, però non passa una settimana senza che le forze israeliane entrino a Gaza per colpire. Noi ci auguriamo una forza internazionale di interposizione abbastanza forte e numerosa per essere anche a Gaza a separare i contendenti, così che possiamo vivere in pace tutti quanti, israeliani e palestinesi.
Ma lei vorrebbe che questo avvenisse in tempi brevi, quasi contemporaneamente al dispiegamento della forza multinazionale in Libano, o lo vede come una prospettiva: se ha buon successo l’esperienza in Libano, allora si può replicare anche a Gaza?
No, no: io dico che è più urgente a Gaza che in Libano. L’abbiamo sempre chiesta e voluta, anche i palestinesi l’hanno chiesta, finora è stato Israele a non volerla. Ma l’Europa non aveva ancora il ruolo che ha ora, non poteva offrire forze; adesso che c’è l’occasione deve coglierla assolutamente, ne va della sua immagine. Poi c’è la questione dell’efficacia di questa forza, un altro discorso che va affrontato a tempo debito. Ma è certo che bisognerebbe mandarla il più presto possibile.
Con l’ascesa al potere di Hamas la situazione per la Chiesa nei territori palestinesi è cambiata in peggio?
È la stessa, con qualche peggioramento. Hamas ha vinto le elezioni per due ragioni: perché Israele non ha aiutato con nessun gesto né il governo di Arafat, né il governo di Mahmoud Abbas, che avevano riconosciuto lo Stato di Israele, e perché quello dell’Olp è stato un governo corrotto e inefficiente. Quando sono arrivate le elezioni la gente si è detta: «Con quelli che hanno riconosciuto Israele non abbiamo ottenuto niente di niente, anzi regna la corruzione», e così hanno scelto un’altra linea, quella radicale di Hamas. Perfino i cristiani palestinesi hanno votato per loro, nella speranza di poter avere dei risultati. Arriva Hamas al potere, e subito ci accorgiamo che il suo discorso all’opposizione era una cosa, quello al governo è un’altra; hanno subito cambiato discorso, si sono avvicinati alla Chiesa, alle parrocchie per poter collaborare. Perché? Perché sentono di aver bisogno di noi, e non hanno il tempo né la forza di aprire un altro fronte. Già sono osteggiati e odiati da tutto il mondo e da Israele per primo; non vogliono altri problemi e quindi si sono avvicinati alla Chiesa. Fino ad ora posso dire che i cristiani in Terra Santa non hanno visto né male né bene da Hamas: non abbiamo visto niente. Non hanno fatto niente perché sono incapaci di fare qualunque cosa, compreso assicurare il salario alla fine del mese dei 150 mila impiegati dell’amministrazione palestinese; tra questi impiegati ci sono genitori, anche cristiani, che hanno i loro figli nelle nostre scuole cattoliche di Ramallah: quelli ormai non possono neanche pagare la retta scolastica. Hamas finora non ha fatto niente, né di bene né di male, perché ne è stata incapace. Che cos’è cambiato? Che tocca anche a noi cristiani di subire le conseguenze della chiusura nei confronti di Hamas e del suo governo. Io direi che dobbiamo avvicinarci ad Hamas, discutere con loro, perché sono stati scelti democraticamente dal popolo e perché tutti noi siamo responsabili, indirettamente, di questa scelta. Non possiamo chiudere totalmente le porte al dialogo.

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