Fra ebrei e musulmani non bastano i sorrisi, serve una meta comune
La visita del Rabbino capo di Roma alla moschea principale della nostra capitale ha consentito un aperto dialogo tra gli esponenti delle Comunità ebraiche e quelli musulmani. Un evento che dovrebbe essere ordinario, ma che la barbarie dei tempi rende eccezionale. È triste doverlo dire, ma i musulmani romani hanno mostrato una robusta dose di coraggio con questo incontro. I discorsi pronunciati nell’occasione vanno ascoltati con attenzione. Si può facilmente osservare come l’ambasciatore Mario Scialoja, che rappresenta in Italia la Lega musulmana, abbia parlato soprattutto del passato e dei valori comuni tra musulmani ed ebrei, riconoscendo loro le sofferenze patite, mentre il Rabbino Riccardo Di Segni nel proprio intervento ha affrontato anche l’attualità e il conflitto arabo-israeliano. Assistiamo a un inizio. Anzi, è importante che lo sia. Il moltiplicarsi di questi incontri deve servire a creare un clima perché si arrivi ad affermare, senza esitazioni e sottili distinguo, che uccidere nel nome di D-o è una bestemmia, che non c’è libertà senza libertà religiosa e che questa deve essere garantita ovunque, anche in Arabia Saudita. In Italia peraltro si tratta di una conquista relativamente recente, solo con lo Statuto Albertino ebrei e valdesi hanno iniziato a ottenere pieni diritti. La ricerca del dialogo deve accompagnarsi dunque a una chiara consapevolezza della direzione nella quale vogliamo camminare. Altrimenti apparentemente ci sorrideremo a vicenda, ma resteremo fermi al punto di partenza.
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