Fra ebrei e musulmani non bastano i sorrisi, serve una meta comune

Di Reibman Yasha
23 Marzo 2006

La visita del Rabbino capo di Roma alla moschea principale della nostra capitale ha consentito un aperto dialogo tra gli esponenti delle Comunità ebraiche e quelli musulmani. Un evento che dovrebbe essere ordinario, ma che la barbarie dei tempi rende eccezionale. È triste doverlo dire, ma i musulmani romani hanno mostrato una robusta dose di coraggio con questo incontro. I discorsi pronunciati nell’occasione vanno ascoltati con attenzione. Si può facilmente osservare come l’ambasciatore Mario Scialoja, che rappresenta in Italia la Lega musulmana, abbia parlato soprattutto del passato e dei valori comuni tra musulmani ed ebrei, riconoscendo loro le sofferenze patite, mentre il Rabbino Riccardo Di Segni nel proprio intervento ha affrontato anche l’attualità e il conflitto arabo-israeliano. Assistiamo a un inizio. Anzi, è importante che lo sia. Il moltiplicarsi di questi incontri deve servire a creare un clima perché si arrivi ad affermare, senza esitazioni e sottili distinguo, che uccidere nel nome di D-o è una bestemmia, che non c’è libertà senza libertà religiosa e che questa deve essere garantita ovunque, anche in Arabia Saudita. In Italia peraltro si tratta di una conquista relativamente recente, solo con lo Statuto Albertino ebrei e valdesi hanno iniziato a ottenere pieni diritti. La ricerca del dialogo deve accompagnarsi dunque a una chiara consapevolezza della direzione nella quale vogliamo camminare. Altrimenti apparentemente ci sorrideremo a vicenda, ma resteremo fermi al punto di partenza.

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