Francesca Comencini
Cara signora,
le scriviamo a proposito del suo ultimo film, “Mi piace lavorare. Mobbing”, con Nicoletta Braschi, consorte di Roberto Benigni e già protagonista de “La vita è bella”. Ci spiace disturbarle la bella vita e il sonno della ragione, ma perdoni: perché le scene più violente del film, quelle in cui un capoufficio dai modi vagamente fascisti tortura psicologicamente la povera Nicoletta per costringerla alle dimissioni, vengono associate a citazioni del Meeting di Rimini? Ci spiega il motivo di questo strano cammeo, ovvero di quel manifesto del Meeting che campeggia proprio dietro la testa dell’aguzzino, inquadrato più volte e che ritorna in tutte le scene di violenza? Non ci dica, signora Comencini, che è un caso se la sua regia ha scelto di mettere in bella mostra quel richiamo iconografico che non ha alcuna attinenza con la vicenda raccontata. Ci spieghi allora il suo messaggio neanche troppo subliminale: vuole davvero suggerire allo spettatore che quelle centinaia di migliaia di giovani, lavoratori, famiglie che frequentano ogni anno il Meeting di Comunione e Liberazione, sono della razza di quel kapò protagonista della sua storia? Se così fosse, ci tolga una curiosità, signora: chi sono gli ispiratori della sua arte di regime e, soprattutto, dove ha imparato a fare mobbing con la cinepresa?
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