Francia chiama Europa.
Parigi. Il dibattito che in queste settimane, dall’11 settembre, scuote la società francese nelle sue fondamenta, riguarda la natura dell’islam praticato in Francia con le possibili ripercussioni violente legate alla propaganda delle frange islamiche più radicali, certo minoritarie nel panorama del mondo musulmano transalpino, ma comunque fortemente destabilizzante per la società francese. In Francia vivono e lavorano tra i 5 ed i 7 milioni di musulmani, la maggior parte di origine maghrebina, e questo per ragioni storiche, Marocco e Tunisia essendo stati fino al 1956 dei protettorati francesi e l’Algeria, dalla quale provengono la maggior parte dei musulmani francesi, avendo ottenuto l’indipendenza dalla Francia solamente nel 1962. La parola magica usata abitualmente quando si parla d’immigrati è “integrazione”, parola che suppone il desiderio dell’immigrato a “integrarsi” ad una comunità e ad accettarne le regole, così come suppone l’accettazione della comunità per i nuovi venuti disposti ad accettare le regole. Alcuni episodi recenti hanno però messo in evidenza come “l’integrazione” possa essere rifiutata, sia dalla comunità che “accoglie”, sia da coloro che, in teoria, desiderano fare parte di questa comunità. L’episodio più spettacolare è avvenuto sabato 6 ottobre allo Stade de France a Parigi.
La difficile integrazione da stadio
Una partita di calcio tra Francia e Algeria, la prima tra le due nazioni, fortissimamente voluta dal ministro per la gioventù e per lo sport, la comunista Marie-George Buffet, come simbolo di riconciliazione, si è trasformata in simbolo di divisione quando il pubblico, composto in prevalenza da giovani francesi i cui genitori sono di origine maghrebina, ha fischiato l’inno nazionale, la Marsigliese, ed in seguito ha fischiato i giocatori francesi ogni volta che toccavano il pallone. Per finire, la partita è stata interrotta da una invasione di campo al 74° minuto, con i giovani francesi che sventolavano la bandiera dell’Algeria e con il lancio di oggetti e di bottiglie di plastica verso la tribuna delle “autorità”, tra le quali il primo ministro Lionel Jospin, al grido di «viva Bin Laden!». La partita era trasmessa in diretta televisiva e per i francesi vedere il loro presidente del consiglio e alcuni ministri evacuati in fretta e furia dai servizi di sicurezza da quella che si voleva come una riconciliazione ed una festa è stato come subire un elettroshock. Marie-George Buffet ha cercato di minimizzare ma un sondaggio, pubblicato sabato 13 ottobre dal Journal du dimanche, ha rilevato che il 56% dei francesi considera gli incidenti come gravi e solo il 37% ritiene quello che è accaduto un episodio senza molta importanza. Dev’essere per questo che il direttore del quotidiano di Algeri Le Matin ha scritto: «Questa partita era precoce ed inutile, è stata resa ancora più rischiosa politicizzandola e, alla fine, non si sa se dobbiamo lamentarci d’avere incassato quattro gol allo Stade de France o di averci lasciato una parte della nostra dignità». Un altro giornalista algerino, Brahim Hadi, ha dichiarato parlando dei beurs (francesi di origine maghrebina ndr): «Mi vergogno, quello che è successo stasera è penoso. Parlano sempre d’integrazione ma non fanno assolutamente niente per essere integrati». Ma perché dovrebbero? Da anni si dice a questi ragazzi che devono essere fieri della loro cultura, quella maghrebina, quella dei loro genitori, ed è senz’altro vero; ma se nello stesso tempo non vengono insegnate le basi della convivenza civile ed i rapporti tra persone sono sistematicamente basati sulla prova di forza, come testimoniano gli innumerevoli casi di aggressione nelle scuole, allora perché meravigliarsi del risultato? Perché meravigliarsi quando questi giovani non capiscono perché dovrebbero rispettare le regole di una cultura, quella laica e repubblicana, che sta diventando loro estranea? Le auto incendiate, i vagoni ferroviari distrutti, il racket nelle scuole, le aggressioni sistematiche subite dalle forze dell’ordine e perfino dai pompieri quando entrano nei quartieri detti “sensibili”, il sentimento crescente di insicurezza dei cittadini, tutto questo avrebbe dovuto far riflettere gli organizzatori di una partita di calcio che sarebbe stata già eccessivamente carica di significati in un periodo “tranquillo” e che diventa pericolosamente adatta, in questo clima teso a causa della guerra, a manifestazioni di tipo comunitario non certo propizie a rasserenare gli animi. Nel caso in questione come è possibile chiedere a dei ragazzi di scegliere, sopratutto se sono adolescenti, tra una squadra di calcio che rappresenta la Francia ed un’altra che simbolizza l’Algeria, il paese dei loro genitori? Ma se è possibile capire le ragioni del comportamento dei giovani beurs, altrettanto non si può dire di quello del nuovo segretario del partito comunista Marie-George Buffet, che ha voluto giocare con i sentimenti di adolescenti in difficoltà ed inevitabilmente il suo giocattolo gli è esploso tra le mani, tra i fischi assordanti del pubblico.
La gang di Roubaix
Quello che potrebbe apparire come un fatto di cronaca che è possibile mettere in evidenza solo grazie al contesto internazionale, è in realtà il sintomo non più eludibile di un malessere profondo della società francese. La lista è lunga, di episodi violenti legati all’islam e più in generale a fenomeni di crisi identitaria o supposti tali. L’ultimo, particolarmente grave, si è concluso giovedì 18 ottobre, quando la corte d’assise di Douai, nella regione Nord, presieduta da Michel Gastaud ha inflitto ai membri della “gang di Roubaix” condanne dai 18 ai 28 anni di reclusione. La banda, aveva compiuto a Lilla e dintorni una serie di rapine a mano armata (costate la vita ad un automobilista, Hamoud Feddal, 33 anni, musulmano e al ferimento di numerose altre persone) culminate con un attentato all’autobomba, fortunatamente fallito, al commissariato centrale. Il tragico epilogo di questa storia risale al 29 marzo scorso, quando un reparto speciale delle forze dell’ordine, dà l’assalto al covo della banda, in rue Henri-Carrette 59 a Roubaix: vistisi in trappola, quattro malviventi si fanno saltare in aria con una granata incendiaria e di loro non rimarranno che miseri resti carbonizzati ed un arsenale di armi da guerra. Lo stesso giorno Christophe Caze e Omar Zemmiri, considerati i cervelli dell’organizzazione, dopo un lungo inseguimento, vengono intercettati in Belgio, Caze muore nel conflitto a fuoco con la polizia, Zemmiri viene arrestato. Altri due componenti della banda, Mouloud Bouguelane e Lionel Dumont, erano precedentemente in Bosnia, dove però sono arrestati e condannati a vent’anni di reclusione per l’omicidio di un benzinaio. Dopo tre anni di prigione in Bosnia, Bouguelane viene trasferito nel carcere francese di Loos-lez-Lille. Ma i risvolti inquietanti di questa storia non finiscono qui. Un altro componente del gruppo, Hocine Bendaoui, riesce a scappare in Turchia e poi in Belgio, dove viene arrestato per traffico di documenti falsi con il Canada. Si scopre che in questo traffico sono implicati Ahmed Ressam e Fateh Kamel, un Algero-Canadese che divide il suo appartamento di Montreal con Ahmed Ressam, considerato membro della rete di Bin Laden e arrestato nel 1999 alla frontiera tra Canada e Stati Uniti mentre cerca di passare con 60 chili di esplosivo. Del gruppo di Roubaix l’unico tuttora latitante è Seddik Benbahlouli.
Dall’umanitarismo al terrorismo<br<
Nella sua tragica banalità questo episodio ha però sconcertato inquirenti e opinione pubblica perché ha fatto emergere che il nocciolo criminale del gruppo era costituito da fondamentalisti occidentali e, per di più, persone considerate assolutamente “normali”. E infatti, non solo i componenti della gang frequentavano tutti la moschea Daawa, in rue Archiméde a Roubaix, nota per la sua propaganda fortemente integrista. Ma erano di quei francesi considerati “idealisti”. Christophe Caze aveva effettuato numerose missioni “umanitarie” in Bosnia e aveva poi abbandonato i suoi studi di medicina per abbracciare la lotta di liberazione dei musulmani. Lionel Dumont si era convertito all’islam ed era partito volontario per la guerra in Bosnia dopo aver svolto il servizio di leva in Somalia nella forza di pace Onu. Mouloud Bouguelane aveva abbracciato la causa islamista all’università di Lilla, dove era andato per studiare matematica e aveva invece incontrato Christophe Caze che, dopo una missione umanitaria a Spalato (con l’associazione lionese Equilibre), lo aveva convinto a partire volontario nell’esercito musulmano in Bosnia. I franco-algerini Omar Zemmiri e Hocine Bendaoui, hanno la stessa storia, anche se le loro scelte appaiono più frutto di disperazione che di “idealismo” (il primo, figlio d’immigrati algerini in Francia, disoccupato, era tornato in Algeria nel 1991 per sposare una cugina, una donna che non aveva mai visto, rispettando così la tradizione maghrebina dei matrimoni “arrangiati” dai genitori; il secondo viene descritto dal fratello in tribunale come vittima dell’incredibile mix di Plajstation e ideologia islamista): frequentano anche loro la moschea di rue Archiméde, incontrano Dumont,partono per la Bosnia, combattono per «la liberazione dei musulmani». Nella sua testimonianza al processo, la sorella di Lionel Dumont dice: «Nostro padre era autista-frigorista. Eravamo una famiglia operaia, sana. Niente che potesse portarci davanti ad una corte d’assise. Ero molto legata a Lionel, un bambino allegro, felice, coccolato dai più grandi. Era il figlio che avrei voluto avere. È vero, era sensibile. Passavamo delle serate intere a rifare il mondo. Aveva scoperto l’islam e credo che qualcuno ha approfittato del fatto che Lionel non sopportava le ingiustizie». Lionel Dumont è scomparso dalla prigione di Sarajevo nel maggio del 1999, la sua è, ufficialmente, un’evasione e nel processo è stato giudicato e condannato in contumacia, ma i suoi genitori credono sia stato ucciso perché la sua scomparsa «conviene a troppa gente». Prima di scomparire, Lionel Dumont ha però avuto il tempo di dire ai magistrati francesi, a proposito di Mustapha Kamel, che «Christophe Caze era ipnotizzato da questo serpente che aveva trovato in lui un elemento promettente, con un grande carisma sui giovani». Sono provati i frequenti contatti avuti nell’inverno 1996 tra Caze e Mustapha Kamel, soprannominato sceicco Abou Hamza, che a Londra era redattore capo di Al Ansar, organo di propaganda del Gia algerino.
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