fratelli palestinesi
Cari fratelli palestinesi, in questi giorni carichi di lutti piangiamo con voi la morte violenta del vostro leader lo sceicco Ahmed Yassin. Piangiamo una vita umana unica e irripetibile, distrutta per decisione di altri uomini. Ma soprattutto piangiamo amaramente la guida del popolo che lo sceicco Yassin non è stato. Ai tempi della prima Intifada, nel 1987, egli sarebbe potuto diventare il leader autentico di un grande movimento palestinese non violento, che avrebbe messo in crisi la coscienza di Israele e di tutti i paesi occidentali. Il paradosso vivente della sua persona – fragilità fisica ed enorme forza di spirito, presenza inerme e animo battagliero – e il carisma di uomo di Dio che può parlare a uomini carichi di dolore perché familiare con il patire, ne facevano l’eletto della Provvidenza per una svolta di pace in un conflitto che da troppo tempo si protrae. Yassin poteva essere un Gandhi palestinese che avrebbe sconfitto i carri armati israeliani con l’invincibile forza della debolezza, con il buon diritto della vittima, quella forza e quel diritto che sono entrati nel mondo col sacrificio di Gesù sulla croce e che da allora esercitano un’irresistibile attrazione su ogni grande anima, benedetta o meno dal dono della Fede. Ha scelto invece di essere l’uomo del castigo divino, di essere la guida del “piccolo jihad” che si combatte con le armi e spargendo sangue e che Maometto in persona ha subordinato al “grande jihad”, lo sforzo ascetico, la lotta con se stessi a cui ogni uomo è chiamato per piacere a Dio. Uomo del dolore, ha cooperato a diffondere la sofferenza. Il suo corpo paralizzato ha moltiplicato intorno a sé corpi sfigurati dalle mutilazioni e dalla rigidità della morte, come se la vita e la salute fossero un peccato. Dio abbia pietà di lui e di noi tutti.
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