Frontiera Kosovo

Di Rodolfo Casadei
15 Novembre 2007
Gli Stati Uniti premono per la sua indipendenza. I serbi godono dell'appoggio russo. In mezzo, indecisi, Europa e Onu

A questo punto non si tratta più di stabilire qual è la scelta giusta e qual è quella sbagliata, ma semplicemente di tirarsi fuori dai guai. Perché per l’Unione Europea i guai stanno per arrivare e anche grossi. La data del redde rationem è il 10 dicembre: quel giorno il capo della “troika” dei mediatori, il diplomatico tedesco Wolfgang Ischingler, consegnerà nelle mani del segretario generale dell’Onu il risultato del supplemento di negoziato che il Gruppo di contatto (Usa, Russia, Italia, Francia, Germania e Regno Unito) ha deciso il 25 luglio scorso, dopo che al Consiglio di Sicurezza dell’Onu si era appurato che nessuna risoluzione che aprisse le porte all’indipendenza, sotto qualsiasi forma, del Kosovo avrebbe mai superato il veto della Russia (e della Cina). Ischingler dirà che gli sforzi sono stati inutili, che nessuna delle sue proposte ha trovato il consenso sia dei serbi che dei kosovari. Il Consiglio di Sicurezza non si esprimerà per la stessa ragione per cui non si era espresso in giugno e Ban Ki-moon deciderà di terminare la missione Onu in Kosovo (Unmik) e di consegnare la patata bollente all’Unione Europea, i cui paesi in questi anni hanno messo a disposizione la maggior parte dei funzionari civili e del personale militare della missione e la maggior parte dei fondi spesi per la ricostruzione del Kosovo e della Serbia. Gli europei imploreranno l’Onu, gli americani e i russi di non lasciarli soli, perché di lì a poco gli albanesi (90 per cento della popolazione) proclameranno con rabbia mista ad esaltazione la loro dichiarazione unilaterale di indipendenza. E subito dopo i serbi del Kosovo (9 per cento della popolazione) annunceranno la secessione dei territori kosovari dove essi sono maggioranza dalla neonata repubblica per congiungerli alla Serbia. A quel punto la parola tornerà alle armi e i 16 mila soldati della Nato che per otto anni hanno sovrainteso ad una precaria pace si troveranno presi in mezzo ad una guerra civile di media intensità. I 7 mila poliziotti kosovari si scontreranno coi 3.500 della Unmik. La Russia prenderà le parti dei serbi, gli Stati Uniti quelle dei kosovari, gli europei della Ue si divideranno in tre correnti: quelli che riconoscono il Kosovo indipendente e lo appoggiano, quelli che non lo riconoscono e danno ragione ai serbi e quelli che resteranno inerti di fronte alla guerra civile con implicazioni internazionali. I kosovari albanesi attueranno la pulizia etnica dei serbi che vivono in Kosovo (tranne quelli della regione a nord del fiume Ibar, fisicamente confinante con la Serbia), i serbi compiranno una pulizia etnica ai danni degli albanesi della regione di Presevo. Gli albanesi di Macedonia e i serbi di Bosnia entreranno in fibrillazione. I paesi musulmani riconosceranno in massa il Kosovo semi-isolato e il radicalismo islamico tornerà ad impiantarsi nella regione come accadde in Bosnia nei primi anni Novanta. Ci saranno nuovi flussi di rifugiati che destabilizzeranno gli altri paesi balcanici. La Pesc, cioè la Politica estera e di sicurezza comune della Ue andrà in pezzi e la credibilità internazionale dell’Unione Europea sarà ridotta a zero.
Credete che stiamo esagerando? Sentite allora cosa dicono i rappresentanti di Kosovo e Serbia. Marko Jaksic, capo del team negoziale serbo: «Un Kosovo indipendente sarà un disastro, porterà tutti a riarmarsi. E la Serbia ad aprire le porte alle basi militari russe». Vuk Jeremic, ministro degli Esteri di Belgrado: «Una decisione internazionale per toglierci un pezzo di Serbia! L’unico precedente in Europa è la conferenza di Monaco che nel 1938 regalò la Ceco-slovacchia a Hitler!». Agim Ceku, primo ministro kosovaro: «Non possiamo che esortare la Serbia a mettere termine ai patetici tentativi di resuscitare un passato condannato. Rifiutando un passo in avanti chiaro e definitivo sul Kosovo, il governo serbo rischia di impedire ai suoi cittadini come ai nostri di accedere alla stabilità, alla prosperità economica e ad un avvenire europeo». Veton Surroi, leader del partito politico di opposizione Ora e membro del team kosovaro per i negoziati: «Siamo stanchi di negoziati… Il Kosovo sarà indipendente nei prossimi 100 giorni. Per Natale il nostro parlamento dovrebbe decidere la data dell’indipendenza. Non è in questione se ci sarà l’indipendenza o no, ma se sarà pacifica o no».
Di fronte alla risolutezza di questi sfidanti all’Europa tremano i polsi. Soprattutto perché dietro ai secondi c’è G.W. Bush, che durante la visita in Albania nel giugno scorso ha impegnato gli Stati Uniti a sostenere l’indipendenza del Kosovo («Il ministro Rice andrà avanti per vedere se riusciamo a trovare un accordo, (…) ma se questo non è possibile, viene il momento, prima o poi, di dire: “Basta così, il Kosovo è indipendente”»); mentre dietro ai primi c’è Putin, che al cospetto degli ambasciatori occidentali nel luglio scorso a Mosca ha fatto propri tutti gli argomenti di Belgrado: «Attualmente il popolo della Serbia difende la sovranità e l’integrità del proprio paese. Bisogna tener conto delle norme fondamentali del diritto internazionale, compresi i princìpi dell’Atto Finale di Helsinki».

è sempre colpa di Bush
Fino all’estate scorsa i paesi europei dubbiosi sull’opportunità di percorrere la strada del riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo erano una mezza dozzina (Grecia, Cipro, Romania, Slovacchia, Spagna e Ungheria), oggi ad avere dei dubbi sono pesi massimi come Germania, Regno Unito e Italia. E c’è chi se la cava dando, come al solito, la colpa agli americani. Ha scritto Sergio Romano sul Corriere della Sera: «La sola cosa che l’Europa può fare in questo momento per evitare una nuova crisi serba è quella di non cedere, sulla questione del Kosovo, alle impazienze della presidenza Bush». Ora, è evidente che sul futuro del Kosovo nessuno ha la verità in tasca. Nessuno può dire se è più pericoloso scontentare i serbi oppure scontentare i kosovari. Nessuno può dire se per l’Unione Europea è più lacerante ignorare il diritto internazionale riconoscendo il Kosovo indipendente senza l’assenso della Serbia e del Consiglio di sicurezza dell’Onu, risvegliare il radicalismo serbo anti-europeo e aprire spazi all’espansionismo russo nei Balcani; oppure è peggio trovarsi in mezzo a una guerra civile, ricevere flussi di rifugiati dai Balcani, veder affluire combattenti islamici nella regione, vedere paesi membri della Ue che si schierano da una parte e dall’altra della barricata, e soprattutto mostrare al mondo la totale mancanza di credibilità politica dell’Unione Europea. Sì, perché l’indipendenza del Kosovo non è una fissa, o un complotto, degli Stati Uniti, checché ne dicano Romano e tanti altri. È la prospettiva che la Ue ha fatto balenare davanti agli occhi degli albanesi kosovari almeno dal 2005 ed è la strada che ha deciso di percorrere. Gli europei hanno approvato la nomina di Martti Ahtisaari, ex presidente finlandese, a rappresentante Onu per la definizione dello status finale del Kosovo, incaricato di stendere una proposta dopo aver ascoltato le parti. Ahtisaari, appurato che l’intesa era impossibile, ha steso la sua proposta: indipendenza sotto supervisione internazionale, con un ruolo cruciale affidato all’Unione Europea. La Ue l’ha approvata a tutti i livelli: Consiglio Europeo, Parlamento europeo, membri della Ue presenti nel Gruppo di contatto.

Titubanze europee
Nel novembre 2006 la Direzione generale della Ue per l’Allargamento ha pubblicato la brochure “Preparing for a future international and EU presence in Kosovo”, che prometteva l’invio in Kosovo, dopo l’approvazione di una risoluzione Onu basata sul piano Ahtisaari, di «circa 1.800 agenti di polizia, giudici, procuratori e ufficiali delle dogane, con sede a Pristina o impiegati all’interno di tutto il sistema giudiziario e di polizia in Kosovo». Se c’è qualcuno che ha cambiato idea sull’indipendenza del Kosovo, non sono gli americani ma gli europei. E perché? Non certo per le minacce della Serbia di applicare sanzioni economiche ai paesi che riconosceranno il Kosovo indipendente, ma per paura di peggiorare i rapporti con la Russia. Ora, si dà il caso che a bloccare il processo multilaterale sia stata esattamente Mosca, per ragioni non difficili da afferrare. «In questa fase non è opportuno essere accomodanti con la Russia», spiega a Tempi Vittorio Emanuele Parsi. «La Russia ha deciso di tornare a una politica estera assertiva e aggressiva, e questo non potrà essere cambiato da concessioni nostre: Putin, per ragioni sue, ha deciso di contrapporsi all’Europa. E a noi non resta che rinsaldare il vincolo transatlantico. Non è nell’interesse dell’Europa avere una Russia potente e assertiva ai nostri confini».

Due piccioni con una fava russa
La Russia nasconde le vere motivazioni del suo boicottaggio kosovaro dietro la lettera del diritto internazionale e adduce timori per l’influsso deleterio che l’indipendenza del Kosovo avrebbe sui conflitti del Caucaso meridionale e della Moldovia. La vera ragione è la volontà di fare concorrenza all’Europa e alla Nato nei Balcani. Putin lo ha confessato apertamente. Alla conferenza di Zagabria sull’energia del 24 giugno ha dichiarato a proposito dei Balcani che «è naturale che una Russia in via di risorgimento torni ad esservi presente». Putin vuole impedire l’espansione verso oriente sia della Ue che della Nato. Mettersi di traverso in Kosovo, sapendo bene quali saranno le conseguenze, esprime la volontà deliberata di gettare non una, ma due bombe fra i piedi di Ue e Nato. La prima bomba consiste nel probabile ritorno al radicalismo e alle armi da parte albanese come da parte serba (senza l’appoggio russo i serbi avrebbero accettato come ineluttabile la perdita del Kosovo), la seconda nel costringere gli occidentali ad agire nuovamente fuori dal sistema multilaterale Onu. In questo modo Putin prende due piccioni con una fava: proietta l’immagine di una Russia rispettosa del diritto internazionale, di contro a un Occidente che non perde occasione per violarlo; crea le condizioni per poter appoggiare la secessione di entità territoriali filo-russe dalla Moldovia e dalla Georgia. Come ai tempi della Guerra fredda, serbi e kosovari sono solo le pedine di un gioco più grande.

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