Fuggi, Alvaro, dal giardino del re

Dieci anni. Sembra incredibile ma Alvaro Recoba è arrivato all’Inter dieci anni fa. Era l’estate del 1997 e Moratti ingaggiò Ronaldo e pure questo ragazzotto uruguaiano. In dieci anni Recoba ha giocato un solo grande campionato e l’ha fatto al Venezia, quando andava in campo tutte le domeniche: 19 partite, 11 gol. Su di lui ci sono due partiti: grandi ammiratori (Moratti in testa) e grandi detrattori. Io appartengo al partito di me stesso, quello dei curiosi. Mi sarebbe piaciuto che giocasse con continuità e che gli avessero offerto un’occasione.
Ho sempre avuto l’impressione che anche quando gliel’hanno data non aspettassero altro che di rispedirlo in panchina o in tribuna. L’Inter ha cambiato una serie sterminata di allenatori, ma lui è rimasto sempre lì, come disse con felice intuizione una sera di maggio del 2000 a Verona, dopo uno spareggio Champions tra Inter e Parma, «a giocare nel giardino del presidente». A bloccarlo uno stipendio monstre, che, ammettiamolo, nessuno di noi avrebbe mollato. Più figurina che figura, ora, a 31 anni, pare che abbia deciso di andarsene veramente. Faccio il tifo per lui, mi solletica l’idea che riesca a trovare un’altra Venezia, insomma un luogo mitico, un posto improbabile dove le case galleggiano sull’acqua e dove si possono compiere imprese memorabili, magari con un pallone tra i piedi. Vayas con Dios, Alvaro, fuggi dal giardino del re.

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