Fumo di Londra
Londra
La Canary Wharf Tower è un edificio così imponente da mettere soggezione. Qui, nel cuore della City, ha il prorpio quartier generale la Reuters, una delle principali agenzie di stampa del mondo. South Colonnade, numero 30, questo l’indirizzo a cui recarsi per poter entrare nel cuore della notizia. O, nel caso foste stati invitati, per partecipare a uno dei prestigiosi Newsmaker Event, serate a tema in cui un importante ospite internazionale incontra la stampa. La scorsa settimana, esattamente lunedì 6 novembre, Tempi era lassù, invitato ufficialmente al meeting tra i giornalisti e Romano Prodi, primo ministro italiano in visita nella capitale britannica. Il giorno seguente molti quotidiani italiani hanno raccontato di questo avvenimento, mixandolo all’incontro tra il Professore e Tony Blair a Downing Street e riportandone il senso: un messaggio di chiarezza e serietà dell’Italia verso il principale centro finanziario del mondo, il rinascere orgoglioso di un paese e della sua vocazione internazionale dopo l’oscurantismo berlusconiano.
Vino, tartine e ospiti sceltissimi
Tutto vero. A parte quanto è realmente accaduto nella sala ricevimenti della Reuters e che nessuno vi ha raccontato, in ossequio alla denuncia del primo ministro di avere contro pressoché tutta l’informazione. Fin dall’inizio si capisce che qualcosa di ammansito si cela nell’aria: il rinfresco a buffet offerto prima dell’incontro sembra infatti un aperitivo in corso Sempione. Cercare un inglese che non sia della Reuters o un ospite forzato è sufficientemente difficile. Vino e tartine si sprecano, così come gli abbigliamenti casual-chic da quartierino che un poco stonano con l’ambiente e il rispetto che bisognerebbe portargli. Poco male. Anticipato da un codazzo di scorta degno di Britney Spears e più fotografato del figlio di Angelina Jolie e Brad Pitt, Romano Prodi entra nell’edificio con il passo svelto del padrone di casa e si infila in una saletta riservata inseguito da un troupe trafelata della Rai che smadonna per l’eccessivo sforzo fisico. Dieci minuti e il Newsmaker Event può avere inizio. Simon Walker, direttore del corporate marketing e delle comunicazioni della Reuters, fa gli onori di casa e invita Romano Prodi a salire sul palchetto per una breve introduzione e per spiegare le linee guida della sua azione politica alla platea. Il “Romano Prodi show” può avere inizio.
Senza che alcuno abbia nulla da ridire, il Professore infila infatti le seguenti perle, una dopo l’altra, senza timore di essere lapidato a colpi di taccuino: «Il mio governo è coeso, per essere scientificamente esatti i 4/5 della coalizione sono moderati e condividono la mia manovra che è onesta, europeista e di centrosinistra moderato»; «guidare la mia coalizione di molti partiti non è certo più difficile che guidare quella bipartitica della Germania»; «è sempre successo che ci fossero voci fuori dal coro e dialettiche diverse nelle coalizioni, non solo in Italia: basti pensare a Oskar Lafontaine all’interno della Spd tedesca»; «la Finanziaria al varo è un segnale di serietà verso le istituizioni economiche e finanziarie internazionali»; «il paese, negli ultimi sei mesi, sta crescendo dopo cinque anni di Pil che aumentava dello 0,8 per cento, il più basso d’Europa, mentre noi puntiamo al 3 per cento»; «la nostra grande industria sta ripartendo, basti citare il caso di Finmeccanica»; «deve ripartire il multilateralismo e l’europeismo con un occhio particolare al Mediterraneo perché l’Italia è un paese mediterraneo»; «negli ultimi cinque anni siamo stati il 24esimo paese dei 25 dell’Ue»; «la riforma delle pensioni è ineludibile»; «la crescita economica non deve arrestarsi e deve basarsi su settori trainanti, come quelli degli utensili industriali e il calzaturiero».
Tanta carne al fuoco con cui riempire le pagine dei giornali del giorno successivo. Come non intravedere il crisma di uno scoop nella dichiarazione del premier sull’unità oplitica della sua coalizione dopo la manifestazione durante la quale il ministro Damiano è stato definito “amico dei padroni” e la Finanziaria bocciata a suon di slogan? E poi come trattenersi dal fare danzare le dita sulla tastiera del computer dopo aver scoperto dalla viva voce del primo ministro che, da oggi in poi, l’Italia andrà all’assalto commerciale del mondo a colpi di tondini e profilati in metallo, macchine per lo scongelamento rapido dei flap degli aerei e mocassini scamosciati, una ricetta che farà saltare gli equilibri del Wto e ci trasformerà in un quinquennio? Imperdibile, una miniera di spunti.
Scusi, non è il programma del ’96?
Peccato che, terminato il simpatico siparietto, Romano Prodi si sia seduto sulla poltrona al centro della sala e abbia incrociato lo sguardo con l’intervistatore-moderatore della serata, l’ex capo della Reuters a Roma, Paul Holmes. I due si conoscono, il giornalista era già nella capitale nel 1996 quando il Professore sbarcò per la prima volta a Palazzo Chigi. La domanda, quindi, è di rito: «Lei ha presentato alla platea le sue linee guida per il futuro dell’Italia: riforma delle pensioni, modernizzazione, liberalizzazioni, riforma della legge elettorale. Gli stessi problemi e propositi di dieci anni fa a cui in questi giorni si va a unire Napoli e la sua drammatica situazione di ordine pubblico. Cosa è successo?». Silenzio, la mascella che penzola come quella di un british bulldog dopo una corsa nel parco, le mani che cominciano a giungersi nella curiale posa dell’uomo di buon senso ed ecco la risposta che qualsiasi giornalista economico della City vorrebbe ricevere: «Ma vede, l’Italia è un paese che per anni è stato diviso in due dal muro di Berlino esattamente come la Germania. Loro furono divisi geograficamente, noi nei cuori, una divisione politica netta e lacerante che bisogna chiudere e ricomporre. Ci vuole tempo». Ora, con tutta la predisposizione d’animo del mondo e armati del sacro fuoco dell’imparzialità, sfugge come un uomo chiamato a governare un paese possa, di fronte a chi gli chiedeva conto di promesse già fatte e mai realizzate, lanciarsi in una poetica disamina riguardo la divisioni dei cuori e delle anime nel nostro paese.
«Il Tfr? Non cambia nulla»
Davvero Romano Prodi, lo stesso primo ministro che fino a cinque minuti prima pontificava fiero dal palchetto degli oratori, è talmente rimasto a corto di scuse e iperboli da dover sconfinare nel ripido terreno del sentimentalismo patrio? Avrebbe ad esempio potuto rispondere al buon Paul Holmes che lui le farebbe anche alcune delle cose che ha promesso ed enunciato, ma essendo ostaggio di quello “scientifico” un quinto della sua coalizione deve stare buono per evitare che uno starnuto di Diliberto faccia andare in pezzi il castello di carta di un esecutivo nato sulla plebiscitaria maggioranza di 25 mila voti. Ma tant’è, la prima fila annuisce, il portavoce Sircana caracolla come nemmeno Fassino, la stampa italiana mantiene i taccuini chiusi.
Arriva il turno di una giornalista inglese che lavora per un sito specializzato in finanza. La domanda, nella sua brutale franchezza, è disarmante per la sua semplicità: «Scusi, signor primo ministro, ma come può giudicare la Finanziaria che state varando in linea con il mercato se intendete destinare il Tfr all’Inps?». Prodi si sente accerchiato, il malefico Berlusconi deve avere infiltrato un provocatore in gonnella. «Vede, non è così. Il lavoratore è comunque libero di scegliere dove destinare i soldi del suo Tfr». «Mi scusi signor primo ministro, lo sa che ho ragione.». «No, davvero, per il lavoratore non cambia nulla. Occorre gradualità in queste cose, abbiamo operato una scelta nell’interesse del paese». La signorina, piglio deciso, vorrebbe ribattere ma viene stoppata, il tempo sta terminando, anche perché la faccenda si mette male. Ma come, uno viene a Londra, si sbatte per arrivare fino a Canary Wharf con il traffico che c’è, rinuncia allo shopping da Harrods e in cambio riceve addirittura delle critiche. Assurdo. A noi di Tempi resta però la gioia di aver ricevuto una risposta chiara e convincente al nostro interrogativo: scusi, signor primo ministro, le sembra un segnale serio inviato alle istituzioni finanziarie internazionali la presenza di membri del suo governo in un corteo di estrema sinistra contro la Finanziaria? «Ho già risposto a questa domanda». Touché.
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