Gangster fiscali (atto II), anime belle e fuggitive
Egregio Direttore,
mi chiamo Giovanni Corno e da 15 anni svolgo la professione di commercialista. L’intervista apparsa su Tempi della settimana scorsa al prof. Vitaletti a riguardo del regime di tassazione operante nei confronti delle grandi imprese rispetto a quelle di piccole dimensioni, richiama la mia attenzione ai bilanci e alle dichiarazioni dei redditi che stiamo predisponendo quest’anno e, nell’analizzare le posizioni reddituali, vorrei porre all’attenzione la seguente situazione assai significativa nelle sue risultanze, frutto di dati concreti reperibili presso le realtà economiche che esamino. Cercherò di essere semplice e comprensibile per quanto l’odierna giungla fiscale lo consenta. Supponiamo di confrontare due realtà economiche, una di rilevanti dimensioni che nell’anno 2000 ha realizzato una corposa plusvalenza (per es. un miliardo di lire), derivante da una tipica operazione speculativa di una grande impresa, ovvero dalla cessione di una partecipazione azionaria. L’altra realtà viceversa è composta da dieci piccole imprese meccaniche operanti per conto terzi che, nell’anno in questione, dichiarano un reddito di cento milioni cadauna, ovvero lo stesso reddito della grande impresa. Confrontiamo ora il carico fiscale e contributivo gravante sui redditi indicati. Nel primo caso, nella frequente ipotesi di aver preposseduto la partecipazione in questione da oltre tre anni, la tassazione si risolve con un’imposta sostitutiva del 19%, cioè L. 190 milioni sul miliardo di reddito, il quale non sconta nemmeno Irap. Nel secondo caso, per semplicità nell’ipotesi di considerare dieci società a responsabilità limitata ed immaginando che il conto economico di ciascuna fosse sul modello abbastanza tipico del settore meccanico – terzista, ovvero il seguente: Costi: Materiali 50, Costo del lavoro 200, Affitti 50, Altre spese 30, Oneri indeducibili 20, Oneri finanziari 50, Totale costi: 400. Ricavi: Prestazioni 500. Utile: 100. La tassazione diretta è formata dall’Irpeg al 37% sull’imponibile fiscale (100 di utile + 20 di oneri indetraibili), ovvero L. 44.400.000, oltre all’Irap del 4,25% sull’imponibile composto dall’utile fiscale (120) + oneri finanziari (50) + costo del lavoro (200), quindi 370 per 4,25% = 15.725.000. Ne deriva che la semplice tassazione diretta supera già il 60%. A ciò vanno aggiunti i vari balzelli relativi alle tasse di concessione governativa, imposte di registro, bolli, Ici, tasse di possesso, tassa rifiuti e quant’altro, incidenti per altri circa L. 15.000.000 i quali, pur considerando di una parziale deducibilità dal reddito, incidono sullo stesso per un ulteriore 10%. Ecco quindi ottenuta un’imposizione del 70% contro il 19% del caso precedente, senza dimenticare che nell’ipotesi della grande impresa la plusvalenza conseguita consente l’accesso per il 2001 all’agevolazione relativa alla c.d. Superdit, strada preclusa alle altre piccole imprese. Non bisogna inoltre dimenticare che lo Stato sul volume di affari prodotto dalle 10 piccole imprese incassa l’Iva (20% su 5 miliardi) che non va ad incamerare sull’operazione della grande impresa, preleva le imposte sugli stipendi erogati oltre alla contribuzione assistenziale e pensionistica. Insomma, un bell’esempio di gigantesca sanguisuga in un caso, di riverente questuante nell’altro.
Corno Giovanni, Barzanò (Lc)
Egregio Direttore,
gli intellettuali cortigiani della sinistra prendono parte alla campagna elettorale denunciando il pericolo di un nuovo regime. Già nel ’94 Umberto Eco, quando il Polo vinse le elezioni, scrisse un articolo su Repubblica dal significativo titolo «Mi vergogno di essere italiano»: nella sua mente inebriata di filosofia nichilista era un modo raffinato per congratularsi con gli italiani che avevano votato il Berlusca. Ora per rendere onore all’intelligenza degli italiani il buon Luttazzi, sulle orme dell’Eco, dice che l’Italia è un paese di merda. Noi poveracci che apparteniamo al popolino, che non ha ancora preso coscienza del pericolo fascista, che non ha ancora una maturazione civile al passo con l’Europa ringraziamo i vari Bobbio, Galante Garrone, Eco, Vattimo, Travaglio, Fo ecc. per le loro illuminazioni: ci vogliono bene. Ma soprattutto dobbiamo ringraziare un certo Antonio Tabucchi che venerdì scorso ha pubblicato una lettera aperta a Ciampi sulle pagine di Le Monde. Tabucchi si chiede dove sta andando l’Italia e subito, in prima pagina, spiega ai cittadini d’oltralpe e al Presidente Ciampi la frase di Luttazzi. La merde è rivolta alle istituzioni non alla gente. Così sotto il regime franchista, se qualcuno diceva «Cette Espagne de merde», non si riferiva certo agli spagnoli, ma alla dittatura. Per Tabucchi a più di 50 anni di distanza si può dire che la repubblica italiana è fondata sulle stragi. Da Portella delle Ginestre del bandito Giuliano al soldo dei latifondisti e dei separatisti siciliani, ai vari golpe (tutti tentati, nessuno realizzato), dalla bomba a Brescia a quella sull’Italicus, da Bologna a Ustica, e poi Gladio, P2, Capaci, via d’Amelio, Tangentopoli…. Insomma una bella cartolina dell’Italia per i lettori di Le Monde. Ma nella sua lucida analisi Tabucchi ricorda che l’Italia accoglie al suo interno un paese extracomunitario: non la repubblica di San Marino, ma il Vaticano. E il Vaticano condiziona la vita pubblica del nostro paese, basti pensare alle consultazioni del cardinal Sodano. Tabucchi, però, dimentica i viaggi di Rutelli e Berlusconi alla city di Londra: peccato veniale. Ad ogni modo sarebbe opportuno stracciare gli accordi con la Chiesa (quelli di Mussolini e di Craxi). D’altronde l’Italia è l’unico paese europeo ad avere simili accordi che nuocciono allo Stato. In pratica l’Italia è un paese di merda anche perché c’è il Concordato. Ma Tabucchi supera se stesso quando parla di Caselli. Caselli è un eroe non in quanto magistrato, ma come scrittore: ha pubblicato un libro in cui denuncia la collusione tra mafia e politica (il suo forte, sic) e gli ostacoli in cui si è imbattuto. Peccato che uno che nella vita fa di mestiere il magistrato sia stato smentito dalle aule dei tribunali: quindi trova un ripiego sui libri, giornali, Tv. Poi Tabucchi chiede che si mediti sulla censura a Micromega: una lettera di accusa a Berlusconi pubblicata dalla rivista non trova spazio su due importanti quotidiani. Ma Tabucchi è reticente nel rivelarci i giornali censori (saranno mica targati Fiat?). Ora uno che scrive queste cose, che valutazione può dare della realtà? Grazie a Tabucchi e al suo sguardo intelligente e sobrio (vocabolo che in questo caso va inteso in tutti i suoi significati) sulla realtà, troviamo conferma che è ora di mandare a casa quelli dell’Ulivo.
Massimo Tringali, Aosta
IL DIRETTORE RISPONDE
1. I grandi media italiani stanno facendo una fatica bestiale a star dietro alla campagna elettorale. Cosa volete, gli argomenti, come ha scritto Tempi e come conferma il dottor Corno, non mancherebbero. In un sistema di informazione veramente democratico non dovrebbe essere difficile trovare spazi per documentare quello che non soltanto è legittimo documentare in qualsiasi Paese democratico, ma che in un qualsiasi Paese democratico dovrebbe essere il contenuto principe di un democratico dibattito elettorale: i partiti al governo hanno o non hanno mantenuto le promesse fatte agli elettori?
2. Jennifer Clark, corrispondente da Milano della Reuters, la più importante e autorevole agenzia stampa internazionale, ha dichiarato allo schierato, ab initio, Tempi: «In pendenza di tornate elettorali importanti, in tutti i Paesi il giornalismo diventa polemico. Ma l’Italia esagera. In un clima cronicamente politicizzato come il suo, ciò significa raggiungere livelli allarmanti. Per carità, anche i giornali britannici appoggiano questo o quel candidato politico: solo che lo fanno palesemente, dichiarando ab initio la propria scelta. Non fingono la neutralità per poi imporre surretiziamente al lettore-elettore un’opinione partigiana spacciata per verità delle cose».
3. «Dove nasconderebbe una foglia un uomo saggio? Nella foresta. Se non ci fosse una foresta, ne creerebbe una». Era il 1995 l’anno in cui questo sconosciuto giornalino si prese la briga di pubblicare “La spada spezzata”, un racconto-parabola in cui G.K. Chesterton, per tramite di padre Brown, prete tomista e detective, smaschera i retroscena di una battaglia passata alla storia come ultimo, glorioso atto di patriottismo di un eroico generale, in realtà un assassino che per nascondere un cadavere e salvare il suo onore postumo aveva pianificato il massacro dei suoi uomini al fine di nascondere la scena del delitto. Domande: Tangentopoli è stata fatta per mandare al potere i postcomunisti? I postcomunisti hanno ringraziato lavorando per quei poteri forti che li hanno mandati al potere? Alla fine il potere degli uni e degli altri si è sgretolato sotto la testarda realtà dei fatti? C’è un generale da qualche parte?
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