Germania, in guerra coi debiti
L’ambasciatore americano a Berlino, Daniel Coats, ha definito uno «scivolone» l’affermazione di Donald Rumsfeld: «Germania e Francia sono la vecchia Europa». «D’altronde – così Coats – Rumsfeld non è un diplomatico e la sua “sincerità” ha voluto esternare il disappunto degli Usa verso il diniego della Francia e verso una Germania cui mai è stato chiesto, in rispetto alla sua storia, l’invio di truppe militari in Irak e che tuttavia continua a far uso della crisi irakena per puri scopi elettorali»; il 2 febbraio, infatti, due importanti Länder, Bassa Sassonia e Assia, saranno chiamati alle urne. Si vorrebbe proprio credere a Schröder per la pace ma il confuso pacifismo non convince. Che la rottura tra Schröder e gli Usa sia avvenuta per tattiche elettorali, per motivi di pura politica interna, è cosa ormai riconosciuta dall’opinione pubblica tedesca. E tuttavia, «i rapporti tra Berlino e Washington sono sempre meglio del rapporto tra il governo tedesco e la Germania!» come ha recentemente affemato uno dei più famosi entertainer tedeschi, Harald Schmidt in uno dei suoi ultimi show. Dopo la risicata vittoria elettorale, sembra che il nuovo governo abbia letteralmente perso la terra sotto i piedi. Che fosse già prima del 22 settembre sull’orlo del precipizio lo si sapeva (e non lo si diceva), ma che l’annunciato aumento delle tasse, dei costi per i contributi per le pensioni, il taglio di stipendi e posti di lavoro vengano definiti come “imprevisto” è l’amaro inizio di un’inverosimile commedia. Per questo il popolo è indignato e senza fiducia in un governo che ha occultato la reale situazione di un debito statale di ben 12 zero. Perchè la situazione al momento è la seguente: secondo l’ufficio federale delle statistiche (Statistisches Bundesamt) le entrate nelle casse pubbliche fino al settembre del 2002 sono diminuite dell’1,3%, pari a 660,5 miliardi di euro. Le uscite invece sono aumentate del 2,4%, pari a 736,5 miliardi di euro, con un disavanzo pubblico di 78,8 miliardi di euro: 26,1 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Il debito pubblico ha raggiunto alla fine del 2002 i 1.244,6 miliardi di euro (+5,2%). Il nuovo debito statale per quest’anno prevede l’ammonto a 34,6 miliardi di euro contro i 21,1 miliardi di euro previsti e per il prossimo anno si calcolano altri 18,9 miliardi di euro di debiti, cioè il 3,4% in più del previsto. «L’umore non è mai stato così pessimo come ora» ha affermato il vicepresidente dell’Associazione delle medio-piccole imprese (Vmu – Vereinigung Mittelständischer Unternehmer) Frido Flad. «Più della metà delle aziende ha annunciato nuovi licenziamenti e, già in autunno, il numero dei disoccupati potrebbe superare i 4,5 milioni di persone. Il record di fallimenti del 2002 verrà probabilmente superato e già l’anno passato le insolvenze erano state 37.000». E ancora Schröder ventila la necessità di un drastico nuovo ordine per lo stato sociale: «Si è solo all’inizio di processi dolorosi». La malattia cronica dello stato sociale è che non lascia spazio all’iniziativa personale, ad investimenti che segnino la ripresa di una responsabilità nel libero mercato. Associazioni e libere aggregazioni stanno praticamente scomparendo e il tessuto sociale è in via di disgregazione. Il sistema tedesco soffre di statalismo e, come dice il famoso politologo Arnulf Baring, la Germania sta ormai andando verso una forma di «Ddr light occidentale». «è impressionante – fa notare il Baring – come l’80% dei deputati al Parlamento provengano dall’apparato statale o dai sindacati, che tra i 600 deputati siedano solo un dozzina di persone che si intendono di economia e che provengono da ambiti di lavoro indipendente». L’aumento della burocrazia è eclatante. La società tedesca rischia l’apatia e la paralisi e la pazienza dei tedeschi è ormai al limite. E Schröder, cosa può ancora fare per la Germania, cosa può ancora dire, se non chiedere a Chirac di aiutarlo a recitare la triste pièce?
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