Gestrl, il pittore che imbriglia l’anima
Un consiglio: se vi capita di mettere piede nella mostra che la Fondazione Mazzotta ha dedicato a Egon Schiele, non guardate Egon Schiele. Non è un paradosso, né una provocazione: come disse uno di noi due, con grande saggezza, bisogna sempre guardarsi dai pittori da poster. E Schiele con quel suo tratto malato di artrosi, con quel suo contorsionismo fascinoso, fa parte di quella schiera. Con il risultato che quando lo guardi ti accorgi di averlo già visto: c’è poco da scoprire. E allora, chiederete, perché mai andare a vedere quella mostra? Un motivo c’è: per la prima volta si vede in Italia qualche opera di un grande e disperato artista della cerchia dei viennesi di inizio secolo. Si chiama Richard Gerstl ed ebbe un destino tragico. Amico di Arnold Schoemberg, il celebre inventore della musica dodecafonica, si innamorò di sua moglie. Una storia travolgente che si concluse con il ritorno di lei dal marito e con il suicidio del povero Gerstl neanche trentenne. La famiglia di lui, per chissà quale motivo, mise in cantina i suoi quadri, che tornarono alla luce solo dopo trent’anni. Pochi quadri, perché poco visse. Ma basta vedere quel ritratto della famiglia Schoenberg, presente in mostra, per capire quale grande pittore fosse. Fiammeggiante, sino a fare pensare che la superficie scotti di luce, Gerstl imbriglia non i corpi ma le anime. Quello che in Schiele era grafismo di superficie in lui diventa pittura sul precipizio: risucchiato da tutte le inquietudini del mondo, annidate per un istante in quel metro quadro di tela.
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